La foto del nonno

Le parole sono importanti, ma lo sono anche le immagini, le foto. C’è un tempo in cui le fotografie sono rare, piccole, sbiadite, dai colori sfumati e quasi indistinti e dai contorni frastagliati come quelli di un francobollo: il fatto che non siano frequenti, non come in momenti più moderni della storia, le rende preziose. Si fanno nelle occasioni speciali, hanno un significato. Si fanno, per esempio, quando ci si sposa. Quando si vuole ritrarre tutta la famiglia. Quando qualcuno parte, e non si sa se tornerà. Come per esempio quando si va in guerra, quando si va a servire il Paese, la patria, quando si va a farsi onore, ma con la morte, la paura, lo sgomento, lo sconcerto, il rimpianto, l’angoscia, la nostalgia nel cuore: il passato si ferma nelle immagini, tangibili, concrete, immortali. Le foto sono una testimonianza: e qualche volta, partendo da una foto, si può cominciare a ricordare e a raccontare. Può succedere infatti che qualcuno guardandola riconosca qualcosa di sé, anche se vi vede uno sconosciuto, e abbia la curiosità di sapere che cosa sia accaduto, in un tempo che non ha strumenti nemmeno per pensare…

Storia in parte vera e in parte romanzata, come ha detto lo stesso autore, Angelo Chiarelli, fino a sette anni fa direttore della chirurgia ricostruttiva dell’azienda ospedaliera di Padova, città - lui che è d’origine pugliese, essendo nativo di Spinazzola, il più piccolo comune della provincia di Barletta-Andria-Trani, nell’entroterra al confine con la Basilicata - dove si è laureato in medicina venticinquenne nel 1973 e poi specializzato in chirurgia plastica. La foto del nonno, presentato anche alla trentottesima edizione del Premio Letterario Giovanni Comisso, racconta il dialogo e l’incontro immaginario fra un vecchio e un ragazzo: l’espediente è classico, così come la prosa, semplice, sobria, elegante, curata, intensa, profonda, empatica. Non mancano inserti lirici, e a tratti i piani, sempre ben delineati, si mescolano, così come i ruoli dei protagonisti paiono sovrapporsi: si ha così l’occasione di riflettere sulla profondità degli affetti, sulla comunanza di istanze che c’è nella natura umana, al di là del tempo, dello spazio, dell’età e della condizione, nel contesto dell’affresco storico della prima metà del Novecento, in cui le vicende individuali sono profondamente connesse al destino collettivo, all’esperienza della guerra e ai suoi retaggi e lasciti.

 

 


 

0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER