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La Grande Guerra nel Medio Oriente

Tra il 1908 e il 1913 l’Impero ottomano si trovò ad affrontare gravi minacce interne ed esterne. A partire dalla rivoluzione dei Giovani turchi del 1908, le istituzioni politiche del vecchio impero arrivarono a un grado di tensione senza precedenti. I riformatori cercavano di adeguare l’impero per portarlo nel XX secolo. Le potenze imperiali europee e i nascenti stati balcanici avevano mire espansionistiche sui territori ottomani. Attivisti armeni e arabi cercavano di ottenere una maggiore autonomia dall’indebolito stato turco. Il 23 luglio 1908 l’attempato sultano Abdülhamid II convocò il gabinetto di crisi. Il dispotico monarca doveva affrontare la più grave minaccia che si fosse mai presentata nei tre decenni del suo regno. L’esercito ottomano in Macedonia – l’instabile regione balcanica a cavallo degli attuali stati di Grecia, Bulgaria e Macedonia – si era ribellato, chiedendo che fosse restaurata la costituzione del 1876 e che si ritornasse a un regime parlamentare. Abdülhamid II conosceva i contenuti della costituzione meglio dei suoi oppositori. Quando nel 1876 era salito al trono, uno dei primi provvedimenti era stato proprio quello di promulgare la costituzione, a coronamento di quarant’anni di riforme. Il sultano, a quei tempi, era visto come un riformatore illuminato ma pian piano si era trasformato in un despota. Nel 1875 il ministero del tesoro aveva dichiarato bancarotta e i creditori europei non avevano perso tempo a imporre sanzioni economiche. Inoltre gli ottomani, a partire dal 1876, incontravano una crescente ostilità da parte dell’opinione pubblica europea a causa della violenta repressione operata contro i separatisti bulgari, etichettata dalla stampa occidentale come “orrori bulgari”. A guidare la severa condanna di questo comportamento fu il leader liberale britannico William Gladstone. Potenti ministri del governo fecero pressioni affinché il sultano introducesse una costituzione liberale e un parlamento elettivo con membri musulmani, cristiani ed ebrei, per impedire ulteriori intromissioni negli affari ottomani da parte dell’Europa…

Lo storico ed accademico Eugene Rogan confessa di aver iniziato a raccogliere materiale per il libro dopo aver appreso della morte di un prozio nella campagna di Gallipoli in Turchia, durante la prima guerra mondiale. Fu così che studiando gli eventi sul posto, ebbe modo di confrontare il numero dei morti inglesi e il numero dei morti degli appartenenti all’impero ottomano. Mentre l’unità cui apparteneva il prozio dell’autore aveva accusato 1400 perdite – la metà delle forze impiegate – e i caduti britannici nel loro complesso ammontavano a 3800 uomini, gli ottomani morti o feriti furono ben 14.000. Ancor oggi quella vicenda viene definita dagli storici turchi “martirio”. Inspiegabilmente nessuno storico inglese o occidentale menziona il numero impressionante di soldati turchi morti. Rogan afferma che in Occidente pochissimo si conosce delle vicende delle popolazioni turche ed arabe nella Grande guerra e dunque si pone il compito di completare un tassello mancante nell’ambito degli studi storici di inizio novecento. Il libro oltre che tratteggiare diffusamente l’attacco delle truppe francesi inglesi e russe alla penisola di Gallipoli, amplia la prospettiva e descrive minutamente tutte le azioni di guerra che interessarono il regno ottomano. L’opera, dettagliata ed avvincente, ricca di fonti e di richiami, è utile sia a ristabilire il ruolo della Turchia nel conflitto passato oramai da più di un secolo ma anche a farci comprendere le dinamiche dell’attuale Medio Oriente in rapporto agli stati Europei.