La grande occasione di Martin Sparrow

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Australia, marzo 1806. Martin Sparrow riprende i sensi poco prima dell’alba. È sulle rive del fiume Hawkesbury, sulla sabbia bagnata disseminata di rottami. Si alza a fatica, è sporco di sangue e fango. Poco lontano c’è quello che resta del suo pollaio: i cadaveri delle galline affogate, un groviglio di assi e paglia. Dunque l’inondazione è arrivata davvero e ha travolto ogni cosa. Martin ha ricordi confusi della terribile notte appena passata, dei fulmini, della pioggia torrenziale, della furia dell’acqua, delle grida in lontananza: ha sbagliato di grosso a sottovalutare la situazione, a pensare che la piena alla fine non sarebbe arrivata e quindi a non mettere al sicuro il suo raccolto, a non togliere dal pavimento della baracca i suoi pochi averi. E ora ha perso tutto, è completamente rovinato, confuso e ferito. Si guarda intorno, lancia un’occhiata piena di rimpianto “alla piana verso ovest, le montagne distanti, colme di mistero e cattivi presagi, e anche di promesse” e poi nota la bara scoperchiata. Chissà da dove l’ha portata, la piena del fiume. Un nugolo di uccelli si affolla sul corpo nella bara, un vecchio raggrinzito. Martin disgustato raccoglie un telo da terra, lo getta sopra la bara intrappolando gli uccelli, che iniziano a strillare come impazziti. Poi prende un grosso bastone e comincia a percuotere il telo con tutta la forza che ha. Sfoga la rabbia, la frustrazione, la disperazione e la paura su quegli uccelli: prosegue finché non sono tutti spappolati e non torna il silenzio, poi è sopraffatto dalla stanchezza. Eccolo là, Martin Sparrow, “ex criminale, detenuto scarcerato, coltivatore fallito nei fondi alluvionati del fiume Hawkesbury”. Si sente un “povero scemo”, ma soprattutto si sente un vigliacco: non ha avuto il coraggio di seguire Mort Craggs e Shug McCafferty, di fuggire al di là delle montagne. Loro dicono che di là c’è un villaggio, un fiume, donne e una vita nuova, altri dicono che oltre le montagne c’è solo morte, deserto e bande di selvaggi. Ma a fermare Martin non è stata solo la paura. Lo ha fatto anche un po’ per amore. Ha perso la testa per una giovane prostituta grassoccia, Biddie Happ, con i suoi “fianchi a forma di pera”, il seno piccolo e morbido e una voglia viola che le attraversa la fronte e una palpebra e che lei copre vezzosamente con una ciocca dei suoi capelli rossi. Lei però lo tratta come un cliente qualsiasi e riserva i suoi gemiti di piacere e i suoi baci ad un altro, il burbero e violento veterano Reuben Peskett…

Sulla “Sidney Gazette and New South Wales Advertiser” del 23 e del 30 marzo 1806 venivano pubblicati i drammatici resoconti di una spaventosa inondazione delle “bottoms” attorno al letto del fiume Hawkesbury, una catastrofe naturale che rischiava di spazzare via la colonia penale britannica in Australia, fondata solo 18 anni prima dal capitano Arthur Phillip dopo il suo approdo a Botany Bay e ancora in gravi difficoltà a causa delle condizioni climatiche estreme e dell’ostilità degli aborigeni. La comunità di ex galeotti e militari era un luogo tutt’altro che idilliaco, con leggi e forze dell’ordine molto più brutali che nella madrepatria inglese, un’economia primitiva basata sul baratto, un alcolismo dilagante – soprattutto a causa delle numerose distillerie clandestine –, violenza senza freni, razzismo e schiavitù (le donne erano considerate poco più che merce, per dirne una). Le incursioni armate degli aborigeni nelle fattorie più isolate erano frequenti e sanguinose, e altrettanto spietate le rappresaglie dei coloni. Una vita tanto dura non poteva non generare sogni e leggende riguardanti “un paradiso nell’entroterra, un rifugio dal dispotismo militare o dai rigori del pionerismo”: molti coloni fuggivano inseguendo quei sogni per non tornare mai più, persi nella “wilderness”. L’epopea stracciona che Peter Cochrane – uno degli storici australiani più letti e apprezzati – ci racconta in queste quasi 450 pagine (e avrebbero potuto essere tranquillamente 100 in meno, va detto) gira attorno a quella terra promessa a ovest del fiume Hawkesbury, oltre le montagne, ma nel frattempo descrive il percorso interiore del tormentato protagonista (il titolo originale è The Making of Martin Sparrow) e affronta con sensibilità e coraggio il tema del rapporto tra europei e aborigeni. Un romanzone epico e affascinante affollato forse da troppi personaggi, tanto che Cochrane stesso ha sentito il bisogno di elencare “il cast” in esergo.



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