La guerra dei figli

La guerra dei figli
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Estate 1967, in una località di montagna alle pendici del Monviso. Quella sera lo scontro tra la diciassettenne Maria e i suoi genitori sta per raggiungere il punto di rottura, davanti allo sguardo costernato della sorella piccola, la tredicenne Emma. E come è ovvio, la guerra scoppia a tavola, anche se il fuoco brucia sotto le ceneri già da tre giorni, da quando cioè la madre di Emma e Maria ha trovato una lettera d’amore nella quale Ferruccio, il ragazzo di quest’ultima, fa riferimento a rapporti sessuali consumati e ne descrive vivacemente di sognati. Era cominciata con frasi taglienti, silenzi pesanti, aria di disprezzo. Finisce a urla, finisce che Maria ficca un po’ di vestiti in una borsa e scappa via: va a stare in una comune addirittura a Milano, in via Leopardi 4, ma lo dice solo a Emma, facendole giurare di mantenere il segreto. La piccola, sensibile, intelligentissima Emma, che va benissimo a scuola, studia pianoforte e adora la sorella maggiore, è costretta a osservare la disperazione dei suoi genitori nei giorni seguenti alla sparizione di Maria senza poter dire una parola: ormai è rimasta da sola a subire le ansie, le depressioni e i ricatti della madre e i silenzi gravidi non si sa se di indifferenza o di minaccia del padre sempre in giacca e cravatta. Tornata a Torino, qualche tempo dopo – tramite la maestra di pianoforte, che ha un tumore incurabile – Emma riceve una lettera della sorella: ora vive in un casolare di campagna delle vicinanze, un'ottima occasione per andarla a trovare, anche per dirle che loro madre è in ospedale per un aborto spontaneo. Qui Emma fa la conoscenza di un’allegra brigata di hippy: l’intellettuale Sandro, la fascinosa Donatella... 1977. Emma è in viaggio verso Roma con due compagni, Giorgio e Guido, un figlio di papà originario di Modena che le muore letteralmente dietro malgrado stia con una certa Daniela. Emma aspetta un bambino. Probabilmente da Sandro (sì, proprio quel Sandro che aveva conosciuto dieci anni prima), che fa il giornalista ed è sposato. O magari da Guido, lei non lo sa. Come non sa dove sia la sorella Maria, che da qualche tempo si è data alla lotta armata ed è entrata in clandestinità. L’unica cosa che Emma sa con certezza è che ha deciso di non abortire...

Di romanzi che si occupano della lunga stagione di ribellione e piombo che dal 1968 arriva all’alba degli anni ’80 son pieni gli scaffali, ma pochi di questo livello, questa profondità, questa eleganza. Non è (sol)tanto la solita questione della Storia con la s minuscola e maiuscola, che pure nella vicenda di Emma e Maria ci sta tutta: è questione di stile di scrittura, di credibilità dei personaggi, di capacità di emozionare con un tratto, un accenno. C’è una rabbia sottopelle che attraversa tutti i quattro capitoli nei quali è diviso il libro – intitolati come altrettante canzoni-mito rispettivamente di Velvet Underground, David Bowie, Gloria Gaynor, Depeche Mode – e fa da contrappunto alla critica sia dell’ipocrisia borghese dei Padri sia del presuntuoso e artefatto anticonformismo dei Figli, in questa lettura psicoanalitica degli anni di piombo. Non mancherà chi accuserà Lidia Ravera – già icona della rivoluzione sessuale sin dai tempi di Porci con le ali – di revisionismo, vedrete. Un atteggiamento a dir poco ingeneroso: non siamo di fronte infatti ai piagnistei di un’ex, ma casomai ai rimpianti e ai ricordi emozionati (non mancano i tratti autobiografici nella vicenda) di una donna che inizia a fare un bilancio della sua vita. E lo fa con la sensibilità e il talento della grande scrittrice.

LEGGI L’INTERVISTA A LIDIA RAVERA



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