La lettera perduta di Auschwitz

La lettera perduta di Auschwitz
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È il 1999 e il muro che divide Berlino in due parti, simbolo di una ferita sanguinante, mai chiusa, del passato, viene abbattuto. Con la sua caduta il mondo sembra liberarsi delle ultime conseguenze dell’inferno nazista. Miriam è accanto a suo padre in fin di vita. È fuggita da Axel, suo marito, il suo aguzzino, che per venti anni l’ha violata con inaudita e inumana violenza. Vuole stare con suo padre fino alla fine. Sotto l’orologio da polso vede i numeri tatuati degli internati ad Auschwitz che mai aveva saputo segnassero la storia e la pelle di suo padre. Miriam è sconvolta. Perché suo padre e sua madre, morta qualche anno prima, le hanno nascosto quella verità terribile? Suo padre mormora un nome: Frida. Non è il nome di sua madre che l’ha cresciuta e che ha accudito suo padre con amore fino alla sua morte. Chi è Frida? Mentre riordina l’armadio di sua madre trova un involto al suo interno una divisa a righe molto logora. Miriam sa da dove viene, perché lo ha studiato a scuola. Tra le cuciture un numero incredibile di lettere, scritte con una calligrafia minuta su pezzi di carta ingiallita e arrotolata. Sono scritte in francese e in tedesco. Sono indirizzate a suo padre e sono firmate con il nome Frida…

Il romanzo si articola tra presente e passato e intreccia tante vite: quella dei genitori di Miriam, Henryk ed Emilie, quella di Miriam e il marito violento, quella di Eva, donna dell’Est, che aiuta Miriam a tradurre dal francese le lettere di Frida, la storia di Frida del suo amore per Henryk e della sua vita nel capo di concentramento di Ravensbrück, di tutte le donne che ha incontrato in quel luogo dove l’umanità ha perso la sua battaglia contro il male e si è persa, naufragata in un pozzo vuoto di ogni speranza. La storia procede fluida e spaventosa scoprendo il baratro senza mezzi termini. Le violenze che subiscono le donne a Ravensbrück sono le stesse sevizie che segnano il corpo di Frida, la stessa mancanza di umanità, la stessa pazzia furibonda, che tanto bene la filosofa Hanna Arendt ha definito come banalità del male. La volontà è quella di raccontare la storia per non dimenticarla, perché non si ripeta. Frida scrive le sue lettere perché nessuna donna annientata venga coperta dall’oblio e il suo sacrificio reso inutile. La storia si tinge delle sfumature di un thriller che sgomenta e ti spinge a continuare a scavare nella storia, nella sua torbida e inaccettabile verità. Scoperchiare il vaso di Pandora, ed essere investiti da quanto ne esce, intacca l’anima e non ti permette mai più di dimenticare. Nessun muro che cadrà dovrà mai far dimenticare cosa accade quando il male diventa banale. La storia si dipana lenta come un coltello che scava una ferita per eliminare la cancrena e il lettore si ritrova scarificato come le dita di Miriam che cerca sollievo al suo dolore. La fine del romanzo giunge inattesa e sembra aprire uno spiraglio di speranza, una luce che si vede oltre il buio più assoluto.



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