La lezione di anatomia

La lezione di anatomia
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Nathan Zuckerman, scrittore ebreo newyorchese giunto al successo per il libro Carnovsky nel quale, suscitando ire e ostracismo da parte della sua di famiglia, dipinge la famiglia ebraica come il nido in cui si condensano le più svariate manie e nevrosi, viene colpito da un male di cui nessuno riesce a capire l’origine. Un dolore che dal collo scende lungo le spalle, si irradia alla schiena e s’impossessa della sua anima. Da quel momento per Zuckerman è l’inferno: quel dolore, fisico e morale, lo costringe all’immobilità, lo priva delle idee; lui che non conosce altra ragione che lo scrivere si vede incapace di buttare giù una sola riga. Comincia così una peregrinazione da un dottore ’altro, senza mai ricevere una diagnosi credibile o una soluzione al suo male. Giunto alla disperazione, Zuckerman intravede nel consumo eccessivo di analgesici, vodka, marijuana e Percodan la soluzione ai suoi problemi. Ma è un fallimento. Niente lo conforta, neppure gli affetti: scomparsa anche la madre, si abbandona alle cure dissolute di quattro donne che acuiscono il suo vuoto interiore. È la svolta: abbandonati libri e sesso, Zuckerman decide di partire per Chicago per frequentare la scuola di medicina e diventare medico di se stesso. Ma è qui che si presenta la vera resa dei conti....

Non si smentisce Philip Roth neppure nel romanzo La lezione di anatomia, in cui non mancano i riferimenti alla sua radice ebraica. Emergono tutti attraverso il protagonista Nathan Zuckerman, peraltro suo alter ego come di consueto, già noto personaggio di una saga di racconti, sarcastico, sardonico, profondamente amaro. Ed ecco che attraverso il protagonista riaffiora vivo l’intenso conflitto tra la volontà di fondersi con la propria identità ebraica e dall’altro la spinta all’americanizzazione, e quindi all’integrazione, alla commistione di culture antiche e moderne. Una lotta destinata, in Roth, a non avere mai fine poiché la sua scrittura, la sua cultura sono memoria di un tempo che fugge, che l’autore faticosamente desidera tuttavia tenere vivi attraverso l’esperienza e la riflessione. Con la scrittura, Zuckerman (e dunque Roth) esorcizza la paura, purifica la sua vita fragile, soggetta ai temperamenti fluttuanti dell’uomo, alle leggi del corpo e della carne, all’esperienza del dolore e della malattia. E così Philip Roth, attraverso le leggi umane scava nel suo personaggio, lo rivolta fin nella parte più intima con la volontà di concedergli una occasione di riscatto. Il corpo, la sua fragilità, la sua essenza trovano dunque una centralità significativa, quasi escatologica, che libera il personaggio da ogni forma di egocentrismo, riportandolo alla verità nuda e cruda e alla necessità di fare i conti con se stesso per ritrovare la sua identità.



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