La linea del colore

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1887. Lafanu Brown è una ritrattista molto apprezzata dagli americani che vivono a Roma. Spesso, trovandosi a passare davanti al suo studio in via della Frezza, entrano e le commissionano piccole tele o semplici schizzi da tenere vicino al cuore per colmare la nostalgia di casa. Lafanu si presta al gioco e cerca di rappresentare i desideri dei clienti, soprattutto di coloro che esigono sfondi classici e giardini fioriti. È impietosa però nei ritratti. Non esita a mostrare i vizi della società in declino in quello scorcio di secolo. Così quel decadentismo ha successo e il nome di “quella strana negra” che disegna volti di uomini e donne bianchi passa di persona in persona. La gente vuole toccare con mano quella stravaganza di vedere una donna di colore che dipinge. Roma è diversa da quella città che i turisti americani vagheggiano. La parola che domina in quel periodo è decoro. È un termine che urbanisti ed architetti hanno imposto alla città divenuta da poco capitale d’Italia…

Igiaba Scego affronta e risolve attraverso l’invenzione narrativa un tema arduo da descrivere e da raccontare per la vastità delle implicazioni che racchiude: il tema della libertà. Lafanu Brown, la protagonista (figura di fantasia ma ispirata a due donne afrodiscendenti realmente esistite, la scultrice Edmonia Lewis e l’ostetrica e attivista Sarah Parker Remond) insegue strenuamente una libertà espressiva negli Stati Uniti e approda in Italia proprio al fine di soddisfare questo umanissimo bisogno. Leila, la co-protagonista, coglie le voci di chi non può, in questo momento storico, esprimere appieno il diritto alla libertà di circolazione e tenta di divulgarle attraverso l’arte per amplificare un bisogno di umanità che le voci esprimono. Quest’ultima difatti manifesta l’aspirazione alla libertà dei corpi da parte dei giovani africani rispetto alle prigioni geografiche dettate dalla legge della cittadinanza e dal privilegio determinato dal possedere un passaporto comunitario rispetto ad un passaporto di uno stato extra-UE. Il romanzo dunque si pone in maniera variegata e composita sia nella prospettiva del romanzo storico e sia nella dimensione della narrativa di attualità (Lafanu vive nella seconda metà dell’Ottocento, Leila al giorno d’oggi). Inoltre, riguardo al fenomeno della schiavitù alla espressione narrativa si unisce anche l’apparato iconografico che segue la pagina scritta e manifesta al lettore contemporaneo la problematicità della rappresentazione degli schiavi in catene anche in taluni monumenti presenti nelle piazze italiane. Siamo stati schiavizzati – non siamo nati schiavi, viene affermato in un passo del libro e con tocchi di estrema autenticità la Scego pone dei parallelismi tra il passato e il presente, tra l’esibizione fiera di uomini in catene operata nei secoli passati dall’uomo bianco e l’attuale commercio di corpi che viene compiuto all’interno del Mar Mediterraneo. Il tema ovviamente è caro a tutti coloro che desiderano un mondo privo di limiti territoriali ed a coloro che rifuggono l’idea “nazionalistica” dell’Europa-fortezza impermeabile agli influssi esterni. Con il romanzo la scrittrice conclude la sua “trilogia della violenza coloniale” iniziata con le opere Oltre Babilonia e Adua. Comunque, indipendentemente dal collegamento ad altri romanzi della stessa autrice e dalle tematiche ivi contenute, La linea del colore mantiene una sua coerenza e fornisce una moltitudine di stimoli al lettore interessato ad approfondire vicende storiche dimenticate. In ogni caso anche volendo restare fedeli ai personaggi ed alle loro “micro-vicende” esistenziali, la narrazione si presenta equilibrata e molto avvincente perché i protagonisti sono tutti “viaggiatori” in senso allegorico, sono in altri termini uomini e donne in cerca di spazi vitali nuovi e coerenti con i rispettivi bisogni. Infine, si evidenzia che una parte importante della narrazione è riservata alla città di Roma, ai cambiamenti che ha vissuto nel tempo e all’atmosfera vagheggiata dagli stranieri protagonisti del “Grand Tour” di inizio Ottocento.

LEGGI L’INTERVISTA A IGIABA SCEGO



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