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La linea del fuoco

Non si può comprendere la storia contemporanea dell’Argentina senza comprendere Perón e il peronismo. Perché – nonostante le incoerenze politiche, le simpatie autoritarie, le connivenze oscure e soprattutto l’ultima, drammatica stagione furiosamente reazionaria della sua leadership – la sua figura è ancora considerata mitica all’interno della variegata scena politica di sinistra del grande Paese sudamericano? Perché in ogni manifestazione accanto alla icona Che Guevara sono sempre presenti anche Perón e sua moglie Evita? Per capirlo – e per trovare le radici del sanguinoso scontro che avrà luogo nei decenni successivi – bisogna risalire al marzo 1943, quando alcuni ufficiali dell’esercito argentino, formato il GOU (Grupo de Oficiales Unidos), organizzarono un colpo di stato. Dapprima sottosegretario e poi Ministro del Lavoro è il colonnello Juan Domingo Perón, convinto che “per evitare all’Argentina la deriva di una rivoluzione sociale simile a quella sovietica, niente affatto improbabile vista la forte tradizione sindacale del Paese, fosse necessario lavorare a una terza via”. Una strategia, compiutamente portata avanti dopo la vittoria alle elezioni presidenziali del 1946, fatta di welfare esteso, nazionalizzazione di banche e servizi pubblici, imponenti piani di edilizia popolare, leggi a favore dell’uguaglianza civile tra uomini e donne e a tutela degli anziani e delle classi sociali più umili. “Il capolavoro di Perón fu però il coinvolgimento nella lotta per l’attuazione del suo programma di nuove enormi masse di lavoratori inquadrati nella CGT (Confederación General del Trabajo). (…) I lavoratori divennero parte dei processi decisionali, sia in campo economico che in quello sociale, partecipando alla redistribuzione della ricchezza”. Questa strategia politica consentì al presidente e a sua moglie Evita, abilissima nel costruirsi un’immagine glamour di “Santa benefattrice degli umili”, “di saldare a sé (…) la classe operaia argentina” disinnescando il diffondersi di idee sovversive. Inoltre l’immagine di un Perón campione del popolo si cristallizzò per decenni dopo il violento colpo di stato del 1955 che rovesciò la sua presidenza e lo costrinse all’esilio. È in questa Argentina che cresce Mario Roberto Santucho, figlio di uno stimato avvocato della provincia di Santiago del Estero. Spronato dal padre allo studio, alla riflessione e all’impegno, Roby mette al centro della sua passione politica giovanile la cultura indigena da cui proviene e la “riscoperta della dignità indo-americana violentata da secoli di colonialismo europeo”…

Come spiega lo stesso Manolo Morlacchi, qui in Italia “molto sappiamo di ciò che accadde dopo il 24 marzo 1976 e l’avvento al potere della giunta militare guidata da Jorge Rafael Videla. La vicenda dei desaparecidos, delle madri di Plaza de Mayo, dei centri di tortura, dei voli della morte ci è stata raccontata in film, libri, documentari”. Poco o nulla si sa invece della guerriglia marxista che occupò il centro della scena argentina tra 1970 e 1976. “Se dunque non si racconta la vicenda del PRT/ERP e di quel decennio di lotte iniziato nel primi anni Sessanta non si può comprendere la dittatura militare”. E questo fa – con documentatissima passione – La linea del fuoco, un saggio che si legge davvero con il cuore in gola, con il gusto di scoprire una storia epica e drammatica al tempo stesso. Quella di Roby Santucho e del suo percorso politico e umano (un ruolo essenziale nel testo ha ovviamente il suo amore con Sayo Villareal, la donna che lo affiancò nella vita e nella lotta), dal Movimiento Independiente de Ciencias Económicas al Frente Revolucionario Indo Americanista y Popular, dal Partito Revolucionario de Los Trabajadores alla rottura con “Palabra Obrera” e alla nascita dell’Ejército Revolucionario del Pueblo e all’avvio strutturato della lotta armata in Argentina. La fine è nota, come suol dirsi: Sayo Villareal fu fucilata senza processo assieme a quindici compagni alla base militare di Trelew, in Patagonia, il 22 agosto 1972 dopo un tentativo di fuga dal carcere di Rawson, mentre Santucho fu ucciso il 19 luglio del 1976 durante un blitz delle forze armate argentine a Villa Martelli, nei pressi di Buenos Aires. Il programma dell’ERP di “conquista di una società socialista” mediante la rivoluzione armata – come scrive il fratello Julio nella sua introduzione al volume, Roberto “stava pensando a una guerra di liberazione simile a quella che attraversò l’Italia con la Resistenza antifascista” – fu soffocato nel sangue e l’Argentina precipitò nel periodo più buio e luttuoso della sua storia. Un periodo che, come dicevamo, molti altri hanno raccontato splendidamente, ma che è un secondo capitolo che non ha senso raccontare senza il primo. Grazie a Morlacchi e a Mimesis per averci pensato.