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La linea della notte

Una sera d’inverno sul molo di Bar, Montenegro: Gino canticchia i versi malinconici di una canzone di Domenico Modugno “guardando l’acqua scura”, mentre Anna fuma l’ennesima sigaretta. Davanti a loro l’Adriatico dove inseguono “affari che schizzano a quasi cento chilometri orari”, seguendo il vecchio metodo dei gommoni per dare vita ad un singolare cartello pronto a soddisfare i nuovi mercati della droga, dei migranti, della prostituzione. I due aspettano che giunga l’ora per passare all’azione concordata. Il piano l’ha studiato Anna, che di estorsioni se ne intende. Basteranno poche mosse per sorprendere il tesoriere del partito di governo in una casa di tolleranza a letto con una ragazzina. Gino un tempo faceva il carrozziere, poi è passato a fare il barista della camorra, infine ora è rifugiato nei Balcani. È nato a Curti, un piccolo centro del Casertano, dove ha passato la vita a fuggire la campagna. Non voleva restare uno zappaterra, perciò accettava qualsiasi lavoro purché fosse a distanza dall’aratro e dal tabacco. Unico imperativo: i soldi prima di tutto. Così ha cominciato a rubare in officina pezzi di ricambio, poi a commerciare auto rubate, viatico per una carriera criminale di piccolo cabotaggio all’ombra dei clan, fino a individuare al di là dell’Adriatico la possibilità di una svolta. Sul molo accanto a lui c’è Anna, 50 anni, che in realtà è una trans, si chiamava Antimo, figlia di don Franco Salano, boss di Forcella, cresciuta nei vicoli a pizzo e usura. Anche lei è lì con l’ambizione di affrancarsi dalla famiglia e dimostrare che ce la fa da sola. Con loro Roberto Flores, 36 anni, di Capodrise, nel Casertano, nipote di Gino, ex promessa del pugilato, ora pronto a tutto, anche ai match clandestini, pur di non fare la fine di un modesto corriere della droga come faceva al suo paese…

C’è una frase molto cruda che pronuncia Anna proprio all’inizio e che offre la cifra di tutta la storia. Rivolta ai suoi due compagni di avventure esprime il suo proponimento e manifesto: “Voi volete ancora annaspare nei vostri commerci di serie B? Tu con le tue fetide auto rubate e tu con quel che racimoli negli incontri clandestini? Io no, io sono venuta qui per essere la boss che la mia famiglia si merita”. Ecco, nell’universo umano che Lorenzo Giroffi ripropone tornano i temi delle piccole storie e ambizioni personali mentre da sfondo si delineano scenari apocalittici criminali, propri di tutte le terre di mezzo, da quelle sulle quali regnano i boss casalesi a quelle dove si muovono i grandi trafficanti della droga, delle armi, del terrore. Sebbene i protagonisti, al contrario di quanto avviene nella saga di Gomorra, siano destinati a perdere la loro scommessa criminale. E il loro cammino non si rivela molto diverso da quello dei rifugiati, da chi scappa dalla guerra o dalla miseria. Giornalista d’inchiesta prima che scrittore Giroffi - a lungo si è occupato di camorra, come di esteri e delle primavere arabe - ricostruisce attraverso un racconto di verità quel mondo spietato che spesso la paura dell’ignoto, del diverso, spinge ai margini della coscienza nostra e che pure esiste ai bordi delle nostre metropoli. Così Giroffi ci conduce quasi per mano dalla provincia casertana alle periferie romane, fino ai Balcani. Attraverso le storie di questi personaggi minimi, un po’ sfigati, eterni vinti, pare di ritrovarci di fronte ai protagonisti dei romanzi di Verga. Allo stesso tempo, Gino, Anna, Roberto, ma non solo loro, rappresentano quell’umanità infelice, che in cerca di perenne riscatto coltivano sogni non sempre confessabili anzi spesso del tutto illeciti. E qui sembra di ritrovare quell’universo di migranti, di criminali, di vittime e di carnefici, spesso sapientemente raccontati da Alessandro Leogrande, scrittore e giornalista scomparso troppo presto. Merce umana.