La lingua di Trump

La lingua di Trump

Nei Paesi occidentali esiste un codice piuttosto comune a cui i politici normalmente si attengono: “taciti criteri osservati da tutti nel rispetto della personalità e del colore politico di ciascuno” che prevedono l’uso di una forma di discorso, associata al contenuto, comprensibile ai più, che fanno sì che la parola divenga strumento di persuasione, riesca a convincere gli indecisi nel corso delle campagne elettorali, dimostri ai votanti la serietà e credibilità dei candidati. Il traduttore, che normalmente è chiamato a restituire nella propria lingua madre nel modo più fedele possibile le parole pronunciate ed il contesto in cui queste sono state dette, dovrebbe “ambire a suscitare nella propria lingua [...] le sensazioni intellettuali e affettive provate da chi ha letto l’originale”: un processo relativamente semplice, una volta note le regole del gioco politico, che però si complica terribilmente quando sulla scena irrompe un personaggio come Donald Trump. Uno che ridicolizza gli avversari per il loro aspetto fisico. Che è arrivato a prendere in giro un giornalista affetto da disabilità che gli poneva una domanda scomoda facendogli il verso. Uno che si è vantato di “prendere le donne per la fica”. Come tradurre correttamente la sua linea di pensiero pervasa da logiche infantili, da violenza verbale e da oscenità varie? Come rendere adeguatamente il suo linguaggio caratterizzato da “sintassi frammentaria, vocabolario elementare e soprattutto ripetizione all’infinito delle stesse parole”? E infine, siamo davvero convinti che il “trumpismo” possa essere considerato un fenomeno esclusivamente statunitense?

“Quando Donald Trump è apparso sulla scena politico-internazionale, per i professionisti incaricati di tradurre le sue frasi è stato necessario un periodo di adattamento. Quest’uomo che si rivendica antisistema ha in realtà rotto tutti i codici politici in vigore fino ad allora: con la sua elezione, da un punto di vista socio- comunitario, morale e sul piano della comunicazione, l’America ha cambiato universo”. Il mattino successivo alla proclamazione dei risultati della corsa presidenziale statunitense del 2016 in molti sono stati sorpresi dall’avverarsi di un evento giudicato semplicemente impossibile: la vittoria di Donald Trump, un “miliardario narcisista, sessista, razzista ed incolto”, su Hillary Diane Rodham Clinton, moglie di Bill Clinton, ex first lady. Pochi - tra cui l’autore e regista Michael Moore che aveva scritto un editoriale che sarebbe suonato profetico -, avevano anticipato quell’esito. Anche Bérengère Viennot, giornalista francese - collabora con la rivista on line di politica, cultura e attualità “Slate”-, traduttrice e docente di traduzione presso le Università Paris VII e Paris III, non nasconde di esser stata colta di sorpresa: “... si è trattato di un evento sconvolgente. [...] Sul piano professionale, perché mi ha costretta con una violenza improvvisa a rivedere il mio modo di lavorare e mi ha brutalmente espulsa dalla zona di comfort nella quale mi crogiolavo beata dopo l’elezione di Barack Obama nel novembre 2008, senza peraltro che questo sconvolgimento apportasse il minimo beneficio alla mia attività”, scrive nel capitolo introduttivo di questo suo saggio d’esordio. La lingua di Trump (in originale La Langue de Trump) analizza a fondo le strategie di comunicazione del 45° Presidente degli Stati Uniti d’America, dall’umorismo aggressivo all’eliminazione non solo del filtro del “politicamente corretto”, ma, soprattutto, di quel differente registro che di norma permette di distinguere la comunicazione scritta da quella orale, come il sistematico, quasi compulsivo utilizzo di Twitter - strumento fondamentale di propaganda quotidiana e consolidamento della propria base di consenso - dimostra. Eppure non è un caso che un personaggio come Donald Trump sia arrivato a sedere sulla poltrona presidenziale, e sarebbe un imperdonabile errore pensare che la sua presidenza possa essere considerata alla stregua di un incidente di percorso nella storia della democrazia statunitense: “... Se la lingua di Donald Trump rispecchia perfettamente il suo modo di pensare e la sua politica, venata di misoginia, di razzismo, di mancanza assoluta di empatia e di sfrenata ricerca del profitto, significa che è il prodotto del suo tempo e della sua società. L’ America, quando guarda al suo presidente, si vede in uno specchio che crede deformante ma che riflette una realtà che ha a lungo voluto occultare e che le sta tornando dritto in faccia”. Alla vigilia delle nuove elezioni stiamo per scoprire quanto quella immagine proiettata sia davvero piaciuta agli americani, se davvero vi si siano identificati e riconosciuti. E, dai segnali che si colgono, forse entro qualche anno potremmo ritrovarci a scoprire di avere anche noi, in qualche angolo buio della nostra soffitta, uno specchio simile, che attende di essere disvelato...



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