Salta al contenuto principale

La lista degli stronzi

La lista degli stronzi

Quando hai da vivere 3 mesi, o bene che vada 6, a causa di un tumore che arriva ormai troppo tardi perché ci ha pensato la vita a sparigliare i tuoi calcoli, perché non hai più una famiglia, la tua esistenza è stata distrutta e proprio non hai nulla da perdere, tanto vale tirare fuori la lista degli stronzi con cui fare i conti prima di lasciare questo mondo. Con quest’unico pensiero Frank Brill, ex direttore della “Gazzetta di Schilling”, Indiana, preleva i suoi risparmi e comincia il suo ultimo viaggio. Alle spalle ha tre mogli, di cui una morta per depressione e l’ultima uccisa da un balordo che è entrato nella scuola elementare Truman sparando come un folle: in quel delirio del nulla viene uccisa Pippa, insegnante e moglie di Frank, ma anche Adam, il secondo figlio. Olivia, la prima figlia, era morta invece qualche anno prima in una squallida stanza di motel, dopo un aborto andato male. Non ha tempo per cure, chemioterapie o palliativi: a Frank non resta che concentrarsi sulla sua lista di persone da eliminare, persone che hanno segnato con le loro azioni, nel piccolo privato e nel macro della politica di tutti i giorni, la sua vita; l’hanno stravolta, per questo è con loro che vuole fare i conti prima di lasciare questo mondo. Costi quel che costi. Frank non è un eroe e soprattutto non è un santo: ex alcolista, adultero compulsivo, aveva però trovato un suo equilibrio con Pippa ed il piccolo Adam; da quando non ci sono più, da quando anche il cancro ha deciso di rendergli la vita ancora più triste, non gli resta che quel fascicolo raccolto negli ultimi anni e riassunto in una lista di obiettivi da spuntare. Non gli resta che attraversare quell’ultima linea della legalità, mentre nella sua testa riecheggiano le parole del padre: “Guarda, Frankie, questa è l’America ... questa è l’America, figliolo”...

John Niven scrive un romanzo potente che si legge tutto d’un fiato: 30 capitoli di adrenalina e cinismo on the road, che ci portano a spasso fra l’Indiana, Phoenix, Las Vegas, Washington e la Florida. Siamo catapultati senza preamboli e preavviso in un improbabile 2026, quando presidente degli Stati Uniti è Ivanka Trump, succeduta al padre Donald, l’aborto è illegale e le armi si vendono più facilmente di quanto si possa fare per il pane, in un mondo dove il Patriot Act conferisce alle forze di polizia poteri di controllo preventivi giustificando ogni forma di violenza. Fuori da ogni metafora è un attacco frontale alla politica del mandato di Donald Trump, della quale Niven immagina, forse per una sorta di rito apotropaico, tutti i possibili effetti nefasti, primo fra tutto “il diritto di successione” da padre a figlio. Oltre al personaggio di Frank Brill, un “vinto” per eccellenza, spicca quello del poliziotto Chops: ma non è una sfida fra guardie e ladri/malviventi, non è una fuga, ma il rincorrersi di due vite complementari (piena di rabbia la prima, gonfia di omertà la seconda; estremamente onesta la prima, viscidamente disonesta la seconda; convertita al virtuosismo fino all’eccesso la prima, dedita ad ogni trasgressione anche illecita la seconda) che sono arrivate al capolinea e -ostinatamente- troveranno la pace insieme, anche se in modo differente, su un campo di golf, alla presenza dello stesso Donald Trump. Quella di Niven, scozzese, è una satira forte ed una critica profonda all’attuale società americana, vittima di eccessi e di decisioni al limite, volgari nella forma e nei contenuti: una satira registrata a tempo di musica, senza pause, ambientata in un futuro non troppo lontano, vittima della pandemia e contemporaneamente di una delle campagne elettorali più scorrette degli ultimi anni. Non è però un de profundis, piuttosto un inno alla vita ed alla rinascita.