La logica della lampara

La logica della lampara

La luce fioca della lampara, penzola dal suo gancio e illumina un ridottissimo fazzoletto di mare in cui Sante Tammaro, con la testa infilata dentro a un secchio dal fondo trasparente, attende il momento buono per usare la fiocina. Sulla barca insieme a Sante, giornalista d’inchiesta per un quotidiano catanese, c’è l’amico Manfredi Monterreale, medico pediatra palermitano, ormai adottato dalla città etnea, dai suoi riti e dai suoi miti. L’imbarcazione si trova a un centinaio di metri dalla scogliera di pietra lavica, su cui si affaccia la terrazza della casa di Manfredi, tra la fortezza normanna di Aci Castello e Acitrezza. Di pesci neanche a parlarne, nottata persa insomma. Ma un evento inaspettato e curioso rianima la fallita impresa dei due pescatori dilettanti, armati di lenza e di binocolo. Una scena inconsueta si sta svolgendo proprio vicino all’abitazione di Manfredi: una macchina si apposta su un vialetto buio, un uomo scende, estrae dal bagagliaio una grande valigia e a fatica, la trascina fin sugli scogli, fino a sparire dietro a un muro. Passandosi l’un l’altro il binocolo, i due amici osservano l’individuo sospetto riapparire da dietro il muro, tornare all’auto senza la valigia e ripartire a tutto gas. Nonostante i tentativi di Manfredi di sminuire l’accaduto, Sante ha già fiutato lo scoop e poche ore dopo, è con l’ispettore Carmelo Spanò ad osservare dalla terrazza di casa di Manfredi la valigia aperta e incastrata tra gli scogli, mentre viene travolta dalle onde. Grazie all’agilità dell’agente Lo Faro, la valigia viene recuperata ed esaminata. Una chiazza rosso scuro della fodera interna mette in allerta l’ispettore, che del ritrovamento informa subito colei che familiarmente, chiama “capo”, il vicequestore Vanina Guarrasi, che intanto, in questura, è alle prese con un nuovo grattacapo: la denuncia anonima di un omicidio avvenuto nella notte in una casa di via Villini a Mare, la stessa via in cui è stata ritrovata la valigia. Non è un poliziotto che lascia correre le denunce anonime la Guarrasi, a maggior ragione se risulta che la casa nella quale si sarebbero svolti i fatti criminosi è di proprietà del figlio di un noto uomo politico e che quindi, servirà usare tutta l’abilità tattica di un’investigatrice esperta e fimmina per avviare le indagini e per ottenere da un magistrato pavido come Vassalli, l’autorizzazione ad entrare nella casa...

Cristina Cassar Scalia mantiene le promesse e consegna ai lettori, che hanno già avuto modo di conoscere e apprezzare il personaggio di Vanina Guarrasi, il secondo episodio di quella che si annuncia come una serie di successo. Lo stile investigativo ha il fascino di una partita a scacchi dal finale imprevedibile, che arriva dopo un susseguirsi di colpi di scena. Un giallo costruito magistralmente per indurre il lettore a credere ciò che non è, come i pesci attirati e illusi dal forte bagliore della lampara. Scrittrice siciliana e medico, Cristina Cassar Scalia arricchisce il romanzo di una comunità di personaggi che, senza estremismi, assumono nei loro gesti e nelle loro espressioni pezzi autentici della cultura siciliana, sempre rappresentata con orgoglio anche nell’attenzione al cibo e ai suoi riti. Sullo sfondo l’Etna, la vivace città che brulica ai suoi piedi, carica di energia, un “toccasana” per il passato da dimenticare del vicequestore Guarrasi, ma anche Palermo, i suoi tesori e i suoi drammi, affogati dentro a un timballo di anelletti, tanto ricco quanto difficile da digerire, ma pur sempre irresistibile.



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