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La lotteria dei divi morti

Dale Paul vive sulla sua pelle l’incubo di tutti gli uomini d’affari di successo come lui: ritrovarsi per qualche scelta finanziaria sbagliata (o sarebbe meglio dire per una condotta non troppo trasparente) in prigione. Nella vita, ha sempre preferito i fondi speculativi alle relazioni personali e adesso il conto gli viene presentato con gli interessi. Non si illude: sa di essere un uomo interessato principalmente a sé stesso, quindi, rimettere i pezzi a posto non è semplice: da dove si parte a considerare le proprie magagne se non si è abituati a farlo? Un furgone bianco del carcere Essex di Lake Placid si fa strada tra l’orda dei giornalisti che sosta davanti alla sua casa per portarlo in quello che sarà il suo luogo di residenza per i prossimi anni. Quella “tana di talpe a cielo aperto”, la cui stanza di ammissione è grande quanto il suo guardaroba. Nudo, davanti ad un agente che ispeziona con il guanto di lattice i suoi orifizi e con la prospettiva di vestire abiti che non hanno un taglio sartoriale comprende finalmente dove si trova. Occorre, innanzitutto, cercare di sopravvivere e poi trovare complici per andare oltre le sbarre non solo con la mente ma anche con un piano ben architettato per continuare a fare soldi come ha sempre fatto, ovvero in maniera alquanto discutibile…

Il protagonista del libro non è facile da amare, anzi difficilmente si riesce a provare un pizzico di empatia per un uomo che ha serie difficoltà a comprendere che la sua condotta morale alquanto discutibile possa aver condotto alla bancarotta, o peggio, le persone con cui ha avuto a che fare. Soprattutto il suo rapporto con il figlio esemplifica quando Paul Dale sia principalmente preso da sé stesso, dentro o fuori dal carcere, dentro o fuori la sua bellissima casa degna di una rivista di architettura moderna. La sua freddezza emotiva riflette bene quella narrativa e linguistica dell’autrice che sembra quasi non voler suscitare particolari emozioni, tanto che ci si ritrova quasi stupiti a non provare nulla di fronte a momenti che dovrebbero suscitare qualcosa in chi si trova a leggerli (per evitare spoiler non richiesti, si farà riferimento solo al luogo del fatto: il Ponte di Brooklyn). La Swan però è riuscita a descrivere la mancanza totale di rimorso o di un minimo desiderio di espiazione di un uomo rampante non dotato di sensi di colpa, che potrebbe esser uscito da un film anni Ottanta dei fratelli Vanzina. Una parte riuscita, a tratti esilarante, è quella dedicata alla descrizione del rapporto di questo business man cittadino con la natura, elemento di cui non fa parte e a cui non appartiene.