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La maledizione di Piazza Fontana

La maledizione di Piazza Fontana

Il 10 dicembre 2015 in Angola muore Ivano Toniolo, a poco più di 70 anni, sembra a causa della malaria. Toniolo in gioventù aveva militato in Ordine Nuovo. Non si tratta di un personaggio qualunque nella storia della destra eversiva. “Ivano Toniolo era l’«ultimo uomo» di piazza Fontana. Se non aveva partecipato all’attentato, certo sapeva com’era andata. Non risultava in alcun modo che nei pochi mesi fra gli attentati ai treni e la strage si fosse distaccato dalla cellula. Qualcuno avrebbe dovuto cercarlo”. Il giudice Guido Salvini lo scrive in una lettera al capo del dipartimento Antiterrorismo della Procura di Milano. La stessa richiesta che ha già fatto in precedenza il difensore dei famigliari delle vittime di piazza Fontana, l’avvocato Federico Sinicato. Immagini di Toniolo erano facilmente individuabili sulla rete, così come non sembrava impossibile sul web reperire informazioni sulla sua famiglia che potessero portare a lui. La Digos di Milano nel 2009 rintraccia il suo domicilio e perfino un suo recapito telefonico, grazie alle conversazioni che spesso aveva con una sua lontana parente a Padova. E quindi che è successo? “Un accorto ufficio inquirente avrebbe avuto diverse strade da scegliere. Attivare una rogatoria internazionale in Angola. Oppure attendere senza fretta un ritorno di Toniolo in Europa, in Spagna per esempio, durante uno dei suoi viaggi dal figlio. O ancora, e meglio, inviare in Angola un ufficiale di polizia giudiziaria, un ufficiale del Ros a perfetta conoscenza di ogni scenario e dettaglio della strage, per incontrarlo e parlargli. La fine è nota: niente di tutto ciò è stato fatto. Intanto il tempo non si è fermato”. Già, gli anni passano, Toniolo muore nel 2015, appunto, ma muoiono tra la fine degli anni '90 e il primo decennio del 2000 tutta una serie di altri personaggi chiave, Carlo Digilio, Ugo Cavicchioni, Giampietro Mariga, Giovanni Ventura, Gianni Casalini, Marco Foscari, Marco Pozzan...

“Questa è una storia che nessuno vorrebbe scrivere. Anche la carta e l’inchiostro vorrebbero rifiutarla per vergogna”. La storia è quella di piazza Fontana e della sua vicenda processuale ma vista con gli occhi di uno che la conosce bene, fin troppo bene. Tra la fine degli anni '80 e l'inizio dei '90 Guido Salvini, giudice istruttore a Milano, riapre le indagini sulla strage di piazza Fontana, complice la scoperta di Gladio, l'apertura di alcuni archivi dei servizi di informazione, la disponibilità a collaborare da parte di estremisti di destra e le loro rivelazioni. Questo saggio, scritto a quattro mani con il giornalista Andrea Sceresini, raccoglie la sua ricostruzione dei fatti, le resistenze e gli ostacoli che ha incontrato negli anni, racconta senza mezzi termini la “maledizione di piazza Fontana”, che nei momenti decisivi impedirà sempre di arrivare fino al fondo della verità, dell'individuazione delle responsabilità. La vicenda di Toniolo che fa da prologo è solo un esempio dei tasselli mancanti o per meglio dire mancati di questa storia. Scrive Salvini che “ogniqualvolta un risultato sta per essere raggiunto, ecco che sfugge di mano. Un evento si interpone a impedire la solidificazione della verità, non la fa svanire ma la allontana, la lascia visibile ma imprendibile come l’orizzonte. Imputati sono colpiti da gravi malattie; testimoni muoiono poco prima di essere sentiti o diventano inafferrabili; documenti decisivi di cui è emersa l’esistenza e l’importanza risultano distrutti, spesso da poco tempo; viene affiancato al collegio inquirente un collega inesperto che paralizza ogni progresso delle indagini; o un collega che per invidia, o per proteggere le sue ambizioni politiche, invece di collaborare apre indagini su chi sta indagando”. E ancora, “nuove prove, come una beffa, emergono quando il processo milanese è ormai concluso”. Questo libro non solo ripercorre le tappe tortuose e intricate delle varie indagini ma contiene anche materiali inediti, documenti e testimonianze. Una parte del libro infine è dedicata alla “guerra tra magistrati”, al conflitto che Salvini nel suo percorso si è trovato a vivere e combattere in prima persona. Il saggio è scritto con dovizia di particolari, la narrazione procede con precisione, e Salvini non fa sconti a nessuno. Perché, è evidente, questa vicenda l’ha segnato nel profondo. “Ci sono storie che non si staccano, che ti seguono ovunque e non ti lasciano più, come certi personaggi per alcuni scrittori che li hanno inventati o per alcuni attori che li hanno interpretati. Piazza Fontana per me è una di queste, un’ombra, un pensiero di sottofondo. Ti occupi d’altro, ma ci ritorni sempre”.