La metà del cielo

La metà del cielo

Angelo ricorda minuziosamente il giorno in cui sua moglie Patrizia ha smesso di respirare: il freddo gelido dell’inverno, le luci del Natale che splendevano lungo le strade, l’attraversamento a piedi per sgranchirsi le gambe prima di risalire in auto dopo un caffè e poi la telefonata della figlia Lorenza. Ogni gesto quotidiano degli ultimi mesi fatto con l’attenzione a quel respiro che s’innalzava con fatica, raggiungeva il picco, scendeva in profondità e miracolosamente risaliva. Qualche giorno prima era morto il dittatore cileno Pinochet, c’era stata la strage di Erba e dal rapporto sullo stato dell’ambiente in Italia era emerso che oltre il trenta per cento dei principali ambienti naturali erano minacciati. Il delfino bianco del Fiume Azzurro, in Cina, si era estinto e Patrizia era morta. Angelo non è stato capace di salvarla. Ricorda che la zia Giuseppina, quando era piccolo, lo portava a vedere i trapassati, lo costringeva a far loro una carezza prendendogli a forza la mano e lui sentiva il gelo di quei corpi. Angelo ogni volta che accompagnava i visitatori nella camera dove c’era la bara di Patrizia le accarezzava con dolcezza il viso senza vitalità, ripetendo quel gesto di tenerezza fatto infinite volte negli ultimi mesi. Ricorda la telefonata di Jean Paul per fargli le condoglianze, poche parole di circostanza, e la gelosia struggente che da sempre gli nasceva nel guardare la fotografia della loro felicità scattata a Giulianova nell’agosto del 1983, nella quale Patrizia baciava quel francese biondo, quando non aveva ancora venti anni…

Nel memoir La metà del cielo Angelo Ferracuti si mette a nudo senza farsi sconti: racconta non solo l’amore passionale con Patrizia, ma anche la depressione, l’alcolismo, la violenza fisica, la disperazione della perdita. Ferracuti – che da sempre riempie taccuini di riflessioni o semplici cronache sugli eventi importanti della sua vita – per questo libro parte proprio dalle pagine a cui ha affidato i pensieri quando la moglie è stata aggredita dalla “malattia dei popoli ricchi… il cancro del capitalismo”. Un racconto intimo “a voce alta” in cui si ritrovano i fatti della grande storia legati a quelli privati, come la nascita della figlia quando cade il muro di Berlino o l’adulterio consumato mentre sono abbattute le torri gemelle. Non solo eventi storici e politici, ma anche citazioni musicali e letterarie, in una struggente narrazione che interroga sui confini che inconsapevolmente si varcano “dopo la sentenza” della diagnosi, sul potere delle parole dette, o anche semplicemente pensate, perché “dopo” niente è più lo stesso. “La vita è molto più complessa di un romanzo, nella vita accadono cose molto più imprevedibili. La realtà è un insieme di sguardi. Questo libro è il mio sguardo sulla mia vita”, dice Ferracuti, uno sguardo profondamente umano che porta alla luce, senza giudizi, la fragile, soggettiva verità e ci regala la figura di un uomo drammaticamente provato dalla vita che riesce, nonostante il suo desiderio di fuga, la perdita di senso, i fallimenti, a farsi carico di tutto e risalire in superficie.



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