La morte del padre

La morte del padre

Kristiansand, Norvegia, 1976. Karl Ove ha otto anni quando, guardando un servizio sull’annegamento di alcuni marinai, crede di scorgere tra le onde l’immagine di un volto enorme. Quando lo racconta ai suoi genitori, il padre lo sbeffeggia. Per il bambino è l’ennesima delusione ricevuta da quell’uomo con il quale non riesce ad avere un rapporto affettuoso. Per lui prova sentimenti contrastanti. Lo teme, vorrebbe la sua approvazione, respira quando lui è fuori casa. Karl Ove sembra essere solo davanti a questa fatica che sente di non poter condividere né con il fratello Yngve né con la madre. Gli anni trascorrono, l’adolescenza per Karl è un tempo che passa lentamente e quasi con fatica. Ha pochi amici e a nessuno di essi è veramente legato. Preferisce frequentare ragazzi più giovani, con i quali può dimostrare la sua superiorità. Anche i primi approcci amorosi risultano superficiali e freddi, che non gli danno nulla in cambio. Con il passare del tempo, il rapporto con il padre non muta, anche quando i due si trovano a vivere assieme durante le assenze della madre, costretta a vivere fuori città per alcuni mesi. Ormai Karl Ove e Yngve sono grandi e le loro vite distanti da quelle dei genitori che decideranno di divorziare. Ma la figura del padre è sempre presente, opprimente come un’ombra che incombe. I due fratelli ne seguono la parabola discendente: la convivenza con una nuova donna, la nascita di un figlio e poi l’abuso di alcol che lo porterà alla dipendenza. Quando padre e figlio si incontrano di nuovo per pranzare assieme, tra loro c’è un muro. Ogni gesto è formale, rigido e senza affetto. Karl è adulto, ha scritto un libro che interessa a un editore, il padre è distante, indifferente alla gioia del figlio. Beve il vino ma non tocca il cibo. È tornato a vivere con l’anziana madre, che un giorno lo troverà morto in salotto. Solo allora, Karl si renderà conto che tutto ciò che di più potente e struggente ha scritto dentro a quel romanzo che sta per uscire parla di lui, è stato scritto per lui, per quel padre che non è mai riuscito ad amare e dal quale non ha ricevuto mai vero amore...

“Oggi è il 27 febbraio 2008. L’autore di queste parole sono io, Karl Ove Knausgård. Sono nato nel dicembre del 1968, dunque, mentre scrivo, ho trentanove anni. (..) Non dico mai quello che penso per davvero, non esprimo mai le mie vere opinioni, ma mi adeguo costantemente al mio interlocutore, facendo finta che quello che dice mi interessi, tranne quando bevo perché in quel caso esagero in senso opposto per poi risvegliarmi in preda all’ansia di aver ecceduto, sensazione che con il passare degli anni si è acuita sempre più e che adesso può durare settimane”. Il flusso di parole che segue questa che ha tutta l’aria di essere una dichiarazione testimoniale si trasforma in La morte del padre, primo capitolo della monumentale saga di sei volumi intitolata La mia battaglia e che di fatto racconta la vita di Karl Ove Knausgård come se fosse una confessione fiume, scritta per ricordare, dimostrare, certificare analiticamente ciò che nel tempo è accaduto. Una battaglia, quella di Karl Ove Knausgård, anche contro il tempo che scorre velocemente, ma sopratutto contro lo scheletro nell’armadio che ha le sembianze di suo padre e del quale non è mai riuscito a scrivere finché non ha trovato la forma giusta che gli permettesse di creare della vera letteratura. E se la forma è padrona della narrativa, l’uomo che fu suo padre è la montagna che Karl Ove deve sbriciolare con un cucchiaino. Un uomo che metteva ansia, che vedeva tutto e al quale era impossibile sfuggire. Un uomo che ha plasmato la vita del figlio, trasformandola in argini che un fiume dovrà seguire in un percorso obbligato e non più libero. La lettura, che in certi momenti può risultare straniante proprio per quella forma quasi asettica scelta dall’autore per raccontare scene di vita famigliare come fossero un reportage, induce però il lettore a uno sforzo aggiuntivo, che è quello di ragionare sulla figura dell’autore, che si concede a lui senza filtri e che non ha vergogna di raccontare il proprio pianto liberatorio, o confessare di aver sperato nella morte del padre. Ed è proprio il concetto di morte a essere presente sin dalle prime pagine, come se l’autore volesse in qualche modo smascherarla, considerarla nella sua umanità. Perché di questo si tratta: la morte è parte della vita. È corpo che si ferma, si trasforma, una volta aggredito dai batteri. Quel corpo che poche ore prima era suo padre e che ora giace immobile davanti a lui. Ecce homo, eccolo a voi Karl Ove Knausgård, che alla fine può dire di aver vinto la battaglia combattuta per dimostrare di essere migliore ma che, allo stesso tempo, sa di averla anche perduta, non avendo mai ricevuto dal padre le sole parole che almeno una volta nella vita avrebbe voluto sentirsi dire: sono orgoglioso di te.



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