La nostra folle, furiosa città

La nostra folle, furiosa città

Quattro torri grigie e uno spiazzo, muri, mattoni, graffiti e nomi in codice, finestre rotte, spazzatura traboccante. “Lo Stones Estate è un concentrato di follia, lo sanno tutti”. Selvon, origini caraibiche e il sogno del ring, a Stones Estate non ci vive, ma ci va a correre e il silenzio e il grigiore di quel posto contengono una parte di lui. Ardan, origini irlandesi, talento innato per il rap e un amico inseparabile: il suo cane Max. Yusuf, per gli amici Yoos, figlio del defunto imam della moschea di quartiere. Tre amici, le cui vite procedono nel loro cupo quartiere di periferia, in un rapporto fraterno fatto di calcio, musica e donne, finché il video di un testimone viene trasmesso in loop dai notiziari. “Un ragazzo nero aveva ucciso un soldato fuori servizio [...] lo aveva fatto fuori a colpi di mannaia. Poi aveva avvolto il corpo in un telo nero e lo aveva appeso a un cartello stradale. Era una roba greve. Ancora di più perché era successo in un posto tanto familiare”. L’assassino è, infatti, un fratello dei palazzoni. L’omicidio segna l’inizio di un vortice di violenza, scontri di piazza e sangue. Una crescita esponenziale di episodi di odio e terrore che per i ragazzi di Stones Estate, “la gioventù accigliata di Londra”, non è una novità, ma che da quel momento inizia ad assumere i contorni estremi del razzismo. Le cose, poi, si complicano ulteriormente quando la moschea frequentata da Yoos viene avvolta in un vortice di radicalizzazione e fiamme che sembra coinvolgere in primo piano suo fratello Irfan...

L’episodio a cui Guy Gunaratne si riferisce all’inizio del romanzo è quello dell’omicidio dell’ex soldato bianco Lee Rigby, avvenuto nel 2013. Mentre quelle che ci racconta sono le quarantotto ore successive. Due giorni che sembrano una vita, complice la partecipazione delle voci narranti di Caroline e Nelson che, riportandoci indietro nel tempo, fanno da appendice storica al racconto del presente, fatto dai ragazzi dei palazzoni, figli loro e di questa “giovane nazione di meticci”. Un puzzle da ricostruire pezzo per pezzo, dalla piazza ai palazzoni, dalla vergogna al fanatismo, dalla furia alla profanazione, intercalati da momenti di libertà vissuti tra fratelli che si contendono un pallone. Il romanzo di esordio di Gunaratne ci racconta una Londra “folle, mostruosa e malata” a molti sconosciuta, nascosta dietro più noti e celebrati tratti multiculturali. Ma sotto il tanto agognato melting pot si nasconde uno spesso strato di solitudine, alienazione, intolleranza che spesso sfocia in violenza dai contorni razzisti. Ed è così che la Londra multietnica diventa una Londra grigia e violenta, una città che “non è il posto giusto per sceglierti il futuro che vuoi e che hai desiderato, devi prenderti quello che ti capita”. Un posto brutale dove interi quartieri vengono etichettati come covi di criminali, giovani rumorosi che oltraggiano la legge ma che, a loro volta, sono oltraggiati dalla mano potente del bigottismo nazionalista. Gunaratne è figlio di immigrati dallo Sri Lanka e la Londra di Selvon, Ardan e Yoos la conosce perché ci è cresciuto. E questa familiarità con la periferia è ben visibile nel linguaggio, nelle descrizioni, nel continuo saltare tra storie, strade, famiglie. Una scelta narrativa originale, colorata, a tratti un po’ confusionaria, ma che riesce in pieno nel suo intento di dipingere un quadro tragico spesso nascosto dallo sfavillare di una metropoli luccicante. Questa vivida rappresentazione ha portato il primo romanzo di Gunaratne tra i finalisti del prestigioso Man Booker Prize.



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