La notte della sinistra

La notte della sinistra

Non è così raro, fra giornali, talk show e dichiarazioni di politici, imbattersi nell’equazione sinistra = élite, e questa narrazione non è del tutto campata in aria per come i governi di centrosinistra (in Italia, come in America, in Francia e altrove) hanno gestito il potere negli ultimi anni. Se guardiamo alla situazione francese il pensiero corre a Marine Le Pen e al suo Rassemblement National, ma a ben vedere il fenomeno affonda le sue radici profonde circa un trentennio fa. Tutto ebbe inizio sotto la presidenza Mitterrand, quando Le Pen padre cominciava a fare incetta di voti operai e tradizionalmente socialisti riuscendo a farsi eleggere nel dipartimento parigino dell’Île-de-France. Come è stata possibile un’inversione di tendenza simile? La sinistra glamour, a suo agio nei salotti della Parigi “bene”, non coglieva la portata di quell’evento, l’ondata derivante dalla percezione di insicurezza, dalla diffidenza dilagante fra i metalmeccanici che condividevano il quartiere con immigrati e che vivevano coi propri occhi la banlieue fatta di spaccio, criminalità e prostituzione. Il distacco fra sinistra e realtà ha più o meno inizio in quegli anni, eppure un tempo sinistra e popolo erano quasi la stessa cosa. Cosa resta oggi di questa storia gloriosa? Una sinistra in crisi di argomenti che ha fatto proprie le parole d’ordine della BCE, degli amministratori delegati delle multinazionali, che negli Stati Uniti si limita a ribattere ossessivamente a ogni cosa fatta o detta da Donald Trump e che invece era silente quando Obama o Clinton attuavano politiche simili, oppure si è ridotta a una classe intellettuale che si culla nella sua presunta superiorità morale e culturale. Nella sinistra – italiana e mondiale – pare che la parola d’ordine del momento sia “periferia”. “Andiamo nelle periferie, ascoltiamo le periferie”, ripetono come un mantra quei personaggi che le periferie non saprebbero nemmeno indicarle su Google Maps…

Chi conosce Federico Rampini, il suo curriculum e la sua sterminata bibliografia ne conosce anche lo sguardo attento su uno scenario globale in vorticosa evoluzione. Fra i massimi esponenti del giornalismo internazionale e del racconto degli scenari geopolitici (essendo stato per diversi giornali corrispondente in USA e Cina in particolar modo), questa volta con La notte della sinistra indossa i panni del fustigatore della sua “famiglia d’origine”, della quale evidentemente non apprezza e non comprende le più recenti evoluzioni. Sono molti gli errori compiuti su tutti i fronti dalle varie sinistre: si va dalla vocazione esterofila e acriticamente europeista alle politiche lassiste sull’immigrazione, dall’adesione tacita a dogmi come il famoso 3% dettato dall’Europa fino all’assurdità di essersi allineata ai diktat di quelli che la sinistra anni Settanta nella quale Rampini militava avrebbe apostrofato come “padroni”. L’autore, con la vis polemica che gli è congeniale e che usa come strumento prediletto in maniera abilissima, pone l’accento su questioni non di poco conto. Come si può lasciare alle destre il concetto di Nazione, l’orgoglio di appartenere al proprio Paese? Come si può essere tanto miopi da non rendersi conto che negli ultimi decenni la sinistra ha fatto di tutto per rendersi davvero il partito dei chief executive, agevolando la narrazione sovranista? Perché la sinistra si vieta di parlare alla pancia delle persone, con un linguaggio semplice, e perché si impone di non parlare a chi ha paura? Ma il saggio, a ben vedere, non tocca esclusivamente la sinistra partitica, ma soprattutto un certo atteggiamento politically correct che ha trovato la sua consacrazione negli ultimi anni nell’ipocrisia dell’aristocrazia di Hollywood, sempre smaccatamente dem e sempre distaccata dalla realtà, nel movimento #MeToo, nell’adorazione delle multinazionali della Silicon Valley o di personaggi opachi come Julian Assange. Rampini è giornalista colto e preparato, la sua prosa è piacevole e stimolante, la sua analisi è quasi sempre lucida e spietata. Proprio per la stima nei suoi confronti, però, non possiamo esimerci dal sottolineare qualche sbavatura: definire le fondate lamentele dei giovani del Sud per il disagio sociale, la povertà e le difficoltà oggettive come un “piagnisteo” è uno scivolone che ci si aspetta dal più scellerato titolista di Libero, non da un intellettuale della sua levatura, che altrove fa spesso riferimento al PCI berlingueriano nel quale militava da ragazzo e che ambiva a farsi carico degli ultimi. Ancor meno comprensibile è un atteggiamento estremamente semplificatorio su alcuni punti, su tutti i temi dell’immigrazione o dell’impopolare transizione verde, possibile solo per gli ecologisti “con la Tesla da centomila euro”. L’attenuante su questo punto è doverosa, perché il saggio usciva quando il fenomeno Greta Thunberg era ancora agli albori. Più di ogni cosa, poi, risulta irritante che si citi Pasolini solo per quei celeberrimi versi su studenti e poliziotti ne Il Pci ai giovani. Versi complessi, variamente interpretati nell’ultimo cinquantennio, volgarizzati e banalizzati soprattutto dalle varie destre post-fasciste che non ne hanno mai voluto cogliere il significato ampio e profondo, e che le hanno sempre ripetute a sproposito e fuori contesto, quasi sempre quando si trattava di difendere indifendibili azioni della polizia. Anche qui, lo diciamo con profondo rammarico, una semplificazione così becera (dei versi, ma di Pasolini tout court) ci appare inaspettata. Inoltre verrebbe da chiedersi: quando si rivolge genericamente alla “sinistra italiana” – quello sfaccettato mondo tutt’altro che unitario, ma sempre più frammentato in una galassia di partitini – a chi si riferisce Rampini? Perché i suoi caveat sembrerebbero rivolti principalmente al Partito Democratico che negli anni di governo si è spostato su posizioni tendenzialmente Lib Dem, se non addirittura di centrodestra su alcuni temi. L’autore questo lo sa bene, e nel suo libro parla della replica piccata di Matteo Renzi quando in un dibattito tv gli aveva rimproverato l’appiattimento del suo partito sulla linea dettata da Marchionne, manager rapace ancorché celebrato post mortem. Dunque anche su questo fronte, se ci si riferisce a un universo così frastagliato e composito, difficilmente lo si può far rientrare se non al prezzo di una forzatura nei termini sotto l’ombrello della definizione di “sinistra italiana”. Rampini, si diceva, non può ignorare che a sinistra di quel PD esistono movimenti e partiti che cercano di organizzare una piattaforma basata sulla transizione ecologica, sull’opposizione ai diktat dell’UE, sulla messa in discussione di politiche sul lavoro miopi messe in atto dai governi passati. Ma è colpa della sinistra se un certo tipo di proposte radicali non attecchiscono fra gli elettori? È colpa della sinistra se quando si parla di “patrimoniale” e tassazione progressiva la popolazione – non solo i milionari, ma anche le classi medio-basse, grazie a un lavaggio del cervello generalizzato – reagiscono con un rifiuto totale e urlano al pericolo socialismo? È colpa di Sanders se le ricette blande di Biden o Clinton gli vengono preferite? Proprio su questo punto il saggio di Rampini pare disattendere le attese: dove sarebbero i punti da cui ripartire preannunciati dal sottotitolo?



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