La notte delle ciliegie

C’è una donna a Buenos Aires che ha perso sua figlia Rosa e suo genero Jorge. Sono usciti dopo una doccia calda per andare a un incontro e non hanno mai fatto ritorno. Nella loro cucina c’è ancora una bottiglia di cabernet lasciata accanto a un bicchiere vuoto, un asciugamano sopra un termosifone e la giacca di Rosa sul letto, come se volesse prenderla e poi avesse cambiato idea e l’avesse lasciata lì prima di uscire. La madre di Rosa ha fatto di quel posto una sorta di luogo sacro in memoria di sua figlia e suo genero. Nella stessa città Haydée Lemos, dopo aver perso sua figlia Monica, viaggia alla ricerca dei luoghi che lei aveva visitato e fotografato e con le foto di sua figlia in mano si fa fotografare a sua volta, come se così potesse viaggiare ancora con la sua bambina. Alicia de la Cuadra non consente a nessuno di entrare nella stanza di sua figlia Elena, rimasta intatta dal giorno in cui è scomparsa, incinta di cinque mesi. Ogni giorno sua madre spalanca la porta della camera e si siede sull’uscio, fuori dalla stanza: rimane a contemplarla senza mai entrare per paura di rubare l’intimità di sua figlia. Sono le coraggiose e addolorare madri di desaparecidos, e molte di loro hanno impiegato tutta la loro esistenza per trovare i loro nipoti. Per riuscire, una volta assodato che non avrebbero più rivisto le loro figlie, a riavere con loro almeno il frutto del loro ventre, il sangue del loro sangue. Perché molte di queste ragazze sono state rapite e fatte sparire proprio quando erano incinte. Susana, bella, colta, determinata è la figlia di Rosa e Jorge, ritrovata dalla nonna e diventata una delle tante persone votate alla causa dei desaparecidos. Da Buenos Aires Susana si reca a Barcellona dove l’aspettano i suoi “compagni” e qui in maniera del tutto fortuita incontra Gus, un giovane scrittore italiano dall’esistenza profondamente diversa dalla sua. Ma gli opposti finiscono per attrarsi sempre e mentre Susana persegue il suo scopo di vita Gus deve decidere fino a che punto vorrà essere coinvolto in una storia che parte da molto lontano e da un passato di dolore…

Per affrontare un tema così doloroso e complesso ci vuole una penna raffinata ed esperta, una maturità artistica e compositiva che Daniele Occhioni ancora non possiede. La trama in generale non è male impostata, ma proprio per la superficialità con la quale viene affrontata perde di valore e finisce addirittura per turbare e indispettire chi legge. I due protagonisti sono differenti che più differenti non si può. Hanno avuto esistenze diverse e ancora conducono vite affatto uguali, nelle quali ognuno persegue scopi e finalità propri. E l’autore è bravo in questo, ovvero a descrivere realisticamente una donna come Susana e descrivere con altrettanta credibilità un uomo come Gus. Il fatto è che tra i due non si instaura nessun legame autentico che possa convincere il lettore. L’uomo entra nella vita della donna spinto da una sorta di sentimento, ma non cerca di fare con la stessa un percorso introspettivo, non instaura συμπἀθεια per dirla come i greci, non è coinvolto eticamente dalla vita di Susana: la aiuta perché la ama, punto. Ed è qui che il racconto diventa troppo leggero, quasi banale e non può permetterselo perché la questione dei desaparecidos argentini è una questione ancora viva, vibrante e dolorosa per migliaia di esseri umani. Un altro errore terribile che fa l’autore è quello di far parlare Gus in maniera consona al suo personaggio, ma del tutto staccato dalla profondità dei racconti e dei pensieri degli altri protagonisti, confezionando un pot-pourri di stile e linguaggio che non solo non danno continuità alla scrittura, ma mortificano il fulcro stesso della narrazione. Un vero peccato. Magari Occhioni ci ripensa e riscrive la storia eliminando tutte le parti pseudo divertenti, partendo proprio dalle prime pagine. Verrebbe fuori sicuramente un altro romanzo. Un romanzo migliore e più rispettoso.

 


 

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