La nube purpurea

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Fine di maggio del 1900. Matthew Shiel riceve per posta un pacco contenente quattro quaderni fitti fitti di segni stenografici. La lettera che li accompagna è firmata da un suo buon amico, il dottor Arthur Lister Browne, stimato membro del Royal College of Medicine. Non contiene buone notizie: Browne afferma di soffrire di una grave malattia ai polmoni e di avere ancora poco da vivere, e quindi di non voler perdere l’occasione di segnalare a Shiel una storia che ha dell’incredibile e che, ne è sicuro, lo colpirà molto. Per quindici anni – fino alla sua prematura scomparsa, avvenuta a soli quarantacinque anni – Browne ha avuto in cura una certa Mary Wilson, che soffriva di terribili dolori dovuti a una nevralgia del quinto nervo cranico. Ricchissima, la donna era alta, emaciata, con i capelli già bianchi e con gli occhi della stessa “sfumatura bluastra del fumo di sigaretta” e una “fissità strana, sfibrata e a suo modo sinistra”. Dopo averla guarita dal dolore con l’ipnosi, il medico aveva scoperto che la Wilson era una medium: quando cadeva in trance iniziava a parlare con una voce inquietante e raccontava eventi a suo dire avvenuti nel passato o nel futuro. I quattro quaderni contengono appunto la trascrizione di altrettante dettature effettuate in trance dalla medium. Pochi giorni dopo aver ricevuto il plico, Shiel viene a sapere che il povero Browne è morto. Legge avidamente i quattro quaderni e decide che tre meritano di essere pubblicati. Soprattutto il terzo lo colpisce molto. È ambientato qualche anno nel futuro, forse intorno al 1910. Un periodo in cui la corsa al Polo Nord sembra aver raggiunto livelli parossistici. Perché questa frenesia polare? Non per amore della scienza né dell’avventura, ma più prosaicamente perché Charles P. Stickney, eccentrico miliardario, ha lasciato scritto nel suo testamento che al primo uomo che raggiungerà il Polo Nord andranno la bellezza di 175 milioni di dollari, una cifra enorme. La Gran Bretagna sta organizzando una spedizione, malgrado gli ammonimenti di un celebre e influente predicatore scozzese, che tuona nei suoi sermoni contro l’impresa insana, sostenendo che il Polo Nord è un frutto proibito, che Dio lo ha reso così remoto e ostile proprio per non farlo raggiungere all’uomo (“Non qui, figlio mio: ovunque tu voglia, ma non qui”). Il giovane medico Adam Jeffson riceve la visita del suo amico Clark, comandante della nave “Boreal” che partirà dopo tre settimane alla volta dell’Artide. Clark gli rivela che quella notte ha sognato che Jeffson partiva con lui, malgrado il medico della spedizione sia un certo Peters: il fatto è che Peters a quanto pare sta male e non è sicuro che si riprenda in tempo per la partenza, così Clark sonda l’amico per capire se sarebbe disposto a sostituirlo. Jeffson rifiuta l’offerta, deve sposarsi presto e non crede di essere all’altezza, malgrado sia anche un eccellente botanico e se la cavi niente male con l’astronomia. La sua fidanzata, la bellissima e perfida Clodagh, è di tutt’altro avviso: esige che Jeffson partecipi alla spedizione, anzi vuole che sia proprio lui a raggiungere il Polo e ad aggiudicarsi il principesco premio in palio. E inizia a tramare affinché ciò accada…

Il capolavoro di Matthew Phipps Shiel è stato pubblicato dapprima a puntate sul “The Royal Magazine” da gennaio a giugno 1901 (con le magnifiche illustrazioni di J. J. Cameron, delle quali potete ammirare un esempio poco sopra), poi nel 1929 in versione “semplificata” – soprattutto nello stile, reso dall’autore meno fiorito e più appetibile commercialmente. Nonostante questo sforzo, il romanzo passò praticamente sotto silenzio: fu riscoperto nel 1948 ma è rimasto sconosciuto in Italia fino al 1967, quando Adelphi ne commissionò la curatela al poeta J. Rodolfo Wilcock. La nuova traduzione Mondadori, firmata dal giovane Davide De Boni, vuole “riavvicinarsi allo stile originario del romanzo, recuperandone la suggestività e le atmosfere più autentiche” – come ha precisato il traduttore in un’intervista rilasciata nel gennaio 2019 in occasione della pubblicazione de La nube purpurea su “Urania” – e contiene parti mancanti nell’edizione Adelphi. La ragione della grandezza del romanzo sta proprio in ciò che all’epoca della sua prima pubblicazione ne decretò il sostanziale insuccesso: l’ardita commistione tra uno stile letterario che deve molto alla tradizione decadentista europea, ricco di simbolismi, metafore fiorite e immagini macabre, e una tematica squisitamente fantascientifica, con in più per giunta il tema sempre affascinante dell’esplorazione polare. Come se Baudelaire e Jules Verne scrivessero a quattro mani la sceneggiatura di un film catastrofista, insomma. Fervente ammiratore di Edgar Allan Poe, Shiel prima guida il lettore in una forsennata corsa verso il Polo Nord ricca di intrighi, di morte e di misteri poi, appena la tensione sembra scemare, lo precipita nel più fantasmagorico dei last man novel quando il protagonista, di ritorno dall’Artide da solo e ansioso di ottenere la meritata ricchezza (meritata, ma sporca di sangue), scopre che una ignota catastrofe ha spazzato via l’umanità e che le città sono letteralmente ricoperte da milioni di cadaveri. Perché sono tutti morti, se sono davvero tutti morti? Adam deve scoprirlo, e al contempo imparare a gestire il suo ruolo da “signore della Terra”, cosa che farà con una perversa grandeur da novello Nerone ma anche seguendo una stana logica mistica che è il cuore – inatteso – del romanzo di Shiel, in cui l’ingrediente religioso-messianico è predominante, anche se – quando il protagonista si trova ad affrontare un certo evento che evitiamo di spoilerare – l’autore (barando, diciamolo) gli fa giudicare “ridicolo” il parallelo tra lui e l’Adamo della Genesi. Parte di una trilogia (ricordate gli altri quaderni della medium?) assieme ai romanzi The Last Miracle e The Lord of the Sea, entrambi inediti in Italia, La nube purpurea ha ispirato il film La fine del mondo (in originale The World, the Flesh and the Devil) diretto da Ranald MacDougall e interpretato da Harry Belafonte, Inger Stevens e Mel Ferrer. È una lettura davvero travolgente, soprattutto nella prima metà, una storia seminale, un classico da riscoprire. Ma non mancano i punti oscuri, gli spunti abortiti, gli enigmi. Fosse vivo Shiel, mi piacerebbe da matti chiedergli per esempio cosa diavolo ci fosse in quella casa vicino a Regent’s Park, dove il protagonista racconta di aver visto, mentre perlustrava una Londra deserta, “una cosa incredibile all’interno di un giardino, nascosta alla strada da un altissimo muro… Per la prima volta compresi cos’è in grado di celare una grande città”.



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