La parata

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Quattro è un operaio esperto e capace. Di nottate come questa ne ha passate tante. Si alza dal materassino di plastica nell’aria viziata del container riconvertito a stanza da letto, smossa a malapena da un piccolo ventilatore. Apre la sua borsa, si lava con delle salviette umidificate, indossa una tuta nera di fibra sintetica - la sua uniforme - ed esce. Deve svegliare il suo nuovo collega, Nove. La regola è questa, da sempre: nessun nome, solo numeri. Si parla solo di lavoro, niente vite private. Si lavora e basta. Per l’azienda è vitale che loro siano uomini senza identità: sono arrivati senza nemmeno il passaporto, viaggiando sotto falso nome. I documenti sono solo “una complicazione in un posto del genere, una nazione che si sta riprendendo da anni di guerra civile, infestata dalla corruzione e oggi oppressa da un nuovo governo illegittimo”. Quattro attraversa uno spiazzo cosparso di ghiaia e va a bussare ad un altro container. Nove gli apre la porta, seminudo: dietro di lui, nel letto, tra le lenzuola, si intravedono le gambe di una donna. Quattro capisce subito che non sarà facile lavorare con questo tipo. Gli dice che lo aspetta tra poco in sala colazione e lo precede, ma dopo mezz’ora Nove non è ancora arrivato. Torna a chiamarlo, da dietro la porta sente le risate della donna e il collega che dice: “Vengo!”. Quattro torna alla sala colazione e dopo dieci minuti, fresco di doccia, arriva finalmente Nove. Si vanta sgradevolmente del fatto che la prostituta con cui ha passato la notte è costata meno della colazione, si abbuffa di uova e frutta, mentre Quattro consuma un pasto frugale che si è portato da casa. Ha troppa paura di beccarsi un’intossicazione o peggio, in viaggi come questo. Mette fretta a Nove, la loro avanzatissima e fidata RS-80 è pronta, bisogna iniziare il lavoro: Nove ride, “Ecco perché sei soprannominato Orologio”. Il lavoro per cui sono pagati Quattro e Nove in fondo è semplice, ma va svolto con estrema attenzione: devono asfaltare e verniciare 230 chilometri di strada a due corsie per unire quella regione, il sud rurale del Paese, al nord urbano. Una strada dritta, che taglierà in due un paesaggio brullo e quasi del tutto disabitato. Il percorso è già stato spianato e compattato, ma si avvicina la stagione delle piogge e se l’asfalto non verrà steso tutto il lavoro preparatorio sarà inutile. Per svolgere il lavoro, servono semplicemente due cose: usare bene la RS-80, progettata per asfaltare automaticamente 25 chilometri di strada al giorno, e impedire che niente o nessuno rallenti la macchina…

Futuro prossimo. In una nazione che – malgrado Dave Eggers non dia alcun riferimento preciso – ricorda per l’atmosfera un sudamerica metà macelleria cilena metà repubblica delle banane, con una gestione delle interazioni tra personaggi che deve molto a Dino Buzzati e moltissimo a Philip K. Dick, ecco la storia di due operai specializzati “contractor”, pagati per realizzare a tempo di record una strada che finalmente colleghi la parte meridionale della suddetta nazione (delle wastelands disseminate di rovine e punteggiate da villaggi poveri, dove la gente simpatizza per i ribelli antigovernativi) e quella settentrionale, urbanizzata e industrializzata, dove ha sede il governo, che non ci viene descritto ma intuiamo autoritario e spregiudicato. Quel che sanno i nostri Quattro e Nove è che la strada verrà inaugurata subito con una parata che celebri degnamente la riunificazione nazionale simboleggiata da quella lunga lingua d’asfalto perfetto. Quel che invece succederà davvero non lo sveliamo, ma è oggetto del raggelante finale del breve romanzo di Eggers. Che è – abbastanza scopertamente – un apologo libertario e ambientalista la cui lettura viaggia spedita nella prima parte (in cui l’attenzione del lettore è tenuta ben viva dalla descrizione del funzionamento della RS-80 e del non funzionamento del rapporto tra Quattro e Nove) ma annaspa un po’ nella seconda, statica nonostante sia quella paradossalmente che contiene più azione e pathos. Distopia? Mah, tutto sommato sì, perché il mondo che si vede in trasparenza dietro alla trama è ferito e contaminato da guerre e/o catastrofi e il Paese in cui è ambientato il romanzo è retto da un regime militare, anche se il termine ormai è più che abusato.



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