La pioggia d’estate

C’era una volta una famiglia con sette figli, una madre dai rossi capelli che intonava vecchie nenie senza ricordarne più le parole, un padre che arrivava di là dal Po e diceva d’amarla troppo, un figlio maggiore chiamato Ernesto che tutto sapeva senza nulla avere imparato, e la sorella Jeanne, innocente e inconsapevole della sua bellezza. Tutti e nove vivevano nella tentacolare periferia parigina di Vitry, assorti nell’immobilità dello spazio e nell’ineluttabilità del tempo che scorre come fa da sempre la Senna. È tra le cianfrusaglie di un anonimo scantinato che i brothers e le sisters hanno trovato un manoscritto bruciato e l’hanno portato a Ernesto, lui non ha mai imparato a leggere eppure sa di poterlo fare. Quel libro racconta di un re d’Israele e delle vicissitudini del suo popolo, di una storia lontana che profuma di pioggia in estate e che il vento porta via con le foglie morte d’autunno, quel libro rivelatore lo chiamano Bibbia…

È dal film Les enfants, scritto e diretto da lei stessa nel 1984 e a sua volta riadattamento del racconto per bambini Ah! Ernesto del 1970, che Marguerite Duras trae spunto per questo suo romanzo dai toni fiabesco-filosofeggianti, uno degli ultimi pubblicati prima della sua scomparsa nel 1996. Ernesto e il suo rifiuto della scuola e di un’istruzione convenzionale, la sua ribellione al conformismo quale sintomo e conseguenza di una genialità compresa da pochi e solo in parte. Fa da contraltare la povertà culturale dei genitori, dediti più all’alcool che alla cura dei tanti figli: Emilio emigrato dal nord Italia afflitto da una atavica indolenza, e la madre Natascia (o Hanna?) proveniente dall’est Europa ma neppure lei sa esattamente da dove, eternata in un presente immoto che ha cancellato il suo passato e non attende alcun futuro. Poi c’è Jeanne, l’amore proibito, il frutto dello stesso albero che adora Ernesto e non vivrebbe senza di lui. Nel protagonista non si riflette alcun riferimento all’Emilio di rousseauiana memoria, la sua formazione viene lasciata al caso più che alla natura, egli rifiuta il maestro come istituzione e non vuole essere esempio per alcuno. Insieme ai personaggi del romanzo acquisisce vita anche la straniante Vitry. “(…) Vitry è una periferia terrificante, non identificabile, indefinita, che ho preso ad amare. È il luogo meno letterario che si possa immaginare, il meno definito. Perciò l’ho inventato”. Diseducativo nella migliore accezione del termine, antipedagogico e per questo prezioso, sicuramente da leggere insieme al racconto che ha dato voce a Ernesto e che la Rizzoli ha ripubblicato nel 2018 con delle belle illustrazioni.

 


 

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