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La pioggia gialla

La pioggia gialla

Primi anni ’60. Ainielle, sulle montagne di Sobrepuerto, nella provincia spagnola di Huesca, è una città fantasma, immobile, dove regna il silenzio. Così almeno si presenta all’arrivo con le prime ombre della notte di José di Casa Pano, Regino, Chuanorús, Benito il carbonaio, Aineto e i suoi due figli, Ramón di Casa Basa. Solo un pazzo poteva vivere dieci lunghi anni in mezzo a tanta morte e desolazione, prima di addormentarsi per sempre sul letto, ancora vestito. Lo trovano così, disteso e divorato dal muschio e dagli uccelli. Gli ultimi abitanti rimasti, quelli di Casa Julio, dopo la mietitura della segale erano andati a venderla a Biescas, insieme alle pecore e a qualche vecchio mobile, e poi una mattina di ottobre se ne erano andati tutti. Adesso sono soli. Sabina sprofonda nella tristezza più cupa, diventa apatica, trascorre ore davanti al fuoco e si rinchiude in un mutismo inaccessibile, ormai è una sconosciuta, un’ombra che si aggira in casa. Poi una mattina la trova impiccata con una corda in mezzo alle vecchie macine del mulino abbandonato, oltre il fiume. Un autunno infinito si estende davanti a lui, bagnato dalla scrosciante pioggia gialla dell’oblio, il tempo si ferma, i ricordi vengono avvolti in banchi di nebbia spessa. Solo la cagnolina al suo fianco. Andrés li ha abbandonati ormai da qualche anno, vive in Germania dove si è sposato e ha due figli. Camilo è scomparso, dopo la guerra non è più tornato, probabilmente il corpo marcisce in qualche fossa comune chissà dove, e Sara è morta molti anni prima, quando il suo respiro tormentato si è fermato per sempre dopo una lunga agonia. I morti tornano a fargli visita, la pazzia inizia a bussare alle porte della mente. Si scava la fossa in mezzo a quella di Sabina e Sara, si separa definitivamente dal suo cane e attende il suo turno...

Andrés di Casa Sosa, l’ultimo rimasto di Ainielle, è pazzo? O è solo un uomo che è “rimasto fedele alla propria casa e alla propria memoria?”. Quando la morte, la solitudine, il silenzio dell’assenza subita, la desolazione scaricano la loro potenza distruttrice sulle pareti marcite dal tempo di una casa abbandonata da tutti, in un paese che non è altro che un ammasso di case in rovina, è giusto resistere, aspettare che la notte ammanti con la sua oscurità quei flebili squarci di luce morente? Questo il tema ricorrente all’interno del testo narrativo, di cui Llamazares scrive con prosa fortemente lirica, quasi ipnotica, ricca di metafore, in cui Andrés, l’io narrante, ripercorre le tappe di un sentiero impervio, dove la mente incontra morte, abbandono, tristezza, solitudine, imboccato senza nutrire mai il dubbio che la fuga sarebbe stata l’unica via di salvezza. Una scelta che va incontro alla distruzione o che dimostra attaccamento alla memoria, alla vita? Il tema, affrontato sotto vari aspetti, il linguaggio evocativo, l’utilizzo di procedimenti stilistici, attribuiscono al romanzo una plasticità tale da suscitare un forte effetto di straniamento, che supera la soglia della riflessione. Ci si chiede se sia umanamente possibile la distruttiva evoluzione mentale e di animo vissuta da Andrés. Senza dubbio bisogna essere ben disposti per immergersi in una lettura densa, corposa. La postfazione di Andrea Gentile presenta un’interessante esperienza di lettura del testo, mediante meditazioni per apparizioni.