La quattordicesima lettera

A casa Stanbury, sulla sponda meno nobile del Tamigi, tutto è pronto per la festa. È una bella serata di giugno, dal giardino arriva un intenso profumo, gli invitati curiosi sono arrivati e tra loro c’è anche un giornalista del “Times”. Phoebe, emozionata e rossa in viso, mano nella mano con Benjamin, è pronta per l’annuncio del loro fidanzamento. La domanda che serpeggia tra i presenti è: “Perché il figlio di Sir Jasper, il miglior partito di Londra, si sta unendo con questa signorina nessuno?”. Lui non è certo una bellezza e neanche molto intelligente, ma la sua famiglia è molto in vista. In quegli stessi momenti un uomo disteso sulla sponda del fiume, bagnato e coperto di fango, si prepara ad assolvere il suo compito, raddrizzare l’aberrazione che si sta svolgendo in quella casa. È pronto, pulisce la pelle dove ha i suoi tatuaggi - la ragazza li deve vedere! - e prende il coltello da caccia, l’innocente morirà per punire il colpevole. Nel giardino la festa è arrivata al culmine, la musica intrattiene gli ospiti, il quartetto d’archi riceve applausi, ma all’improvviso cala il silenzio, le bocche spalancate, i volti impietriti e l’ultima a girarsi verso le porte aperte è proprio Phoebe. La sagoma di un uomo nudo getta la sua lunga ombra fino alla punta delle sue scarpette rosa. Egli avanza a grandi passi, lasciando impronte infangate e puzza di fiume marcio e si ferma davanti a lei. Nello splendore del suo fisico robusto con i lunghi capelli biondi che gocciolano melma sui cerchi tatuati del suo torace, alza il braccio con il coltello in mano e dice: “Ho promesso che ti avrei salvato”, la afferra per i capelli e affonda la lama nella sua gola indifesa…

È con questo omicidio plateale nelle modalità ma oscuro nelle motivazioni, che inizia La quattordicesima lettera, brillante esordio della scrittrice inglese Claire Evans. Le situazioni si susseguono con una prosa scorrevole e i vari personaggi, i cui destini via via si intrecciano rendono questo romanzo, che oscilla tra il giallo e il gotico, un mistero difficile da svelare. L’ambientazione è quella dell’Inghilterra vittoriana, siamo nel 1881, nel pieno fermento delle scoperte scientifiche: l’elettricità, nuove armi, le automobili, le teorie darwiniane e quelle legate all’eugenetica negativa. Le masse sono in tumulto, solleticate da nuove idee politiche che finalmente ne portano alla ribalta i diritti. Londra è ben ritratta, sia nei quartieri più eleganti che in quelli più sudici e malfamati come Whitechapel ed è in questo contesto che, all’ombra della giustizia, la trama si snoda. La quattordicesima lettera è la storia di un mistero lungo decine di secoli, quello di una setta che affonda le sue radici in Platone e che si è tenuta ben nascosta agli occhi del mondo. Il romanzo è narrato in terza persona e i punti di vista sono tanti, visioni parziali che convergeranno nell’epilogo. Tra i tanti personaggi, quelli principali sono tre: William, Savannah e Harry. William Lamb, giovane avvocato praticante nello studio dell’avvocato Bridge, vive una vita tranquilla e monotona, allevato dalla zia, abitudinario, timido e dall’aspetto dimesso. La sua ambizione è quella di diventare socio dello studio legale e per questo una mattina compie un gesto ardito, prendere il posto di Bridge per andare da un cliente misterioso e molto importante, Ambrose Habborlain. Si ritrova così coinvolto in una vicenda assurda: segreti, morti e un misterioso cofanetto in legno sul cui coperchio sono intagliati sette cerchi all’interno di un ottavo, a formare un grande fiore. Poi c’è Savannah Shelton, americana, occhi penetranti, pelle olivastra, capelli corvini legati in una coda, occhi a mandorla e una cicatrice rossa che va dalla tempia allo zigomo sinistro. Vestita come un cowboy, è rozza e maleducata ed è una criminale ricercata. Donna dalle decisioni rapide, che non ha paura di armi e risse, un’antesignana di Lisbet Salander. Ma sotto quella dura scorza nasconde un animo sensibile e fedele a seri principi, che la rendono diversa e affascinante. Infine Harry Treadway, scrupoloso detective di polizia chiamato ad indagare sull’omicidio di Phoebe Stanbury: è un uomo macchiato dalla colpa di aver denunciato scorrettezze nella polizia londinese e i colleghi lo evitano. La sua vita privata è solitaria, ha freddi rapporti con suo figlio e non può frequentare suo nipote. I destini di questi tre personaggi si intrecceranno e in questa indagine l’unione, la forza, il coraggio e la fiducia reciproca faranno la differenza. Anche le file dei cattivi sono numerose, persone violente, folli, accecate da un ideale di supremazia. È proprio per questo delirio di onnipotenza, sognando una razza superiore, che si svela l’abisso di questi animi. È una prova di come l’uomo possa perdere la testa perseguendo questi sogni che nel Novecento si sono tramutati in incubi terrificanti per l’intera umanità.

 


 

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