La ragazza che sapeva troppo

La ragazza che sapeva troppo

Melanie ha dieci anni e una carnagione “bianca come la neve”. Sa che quando sarà più grande diventerà “bellissima, e una schiera di principi si affollerà ai piedi della sua torre per arrivare fino a lei e salvarla”. Al momento però non ha una torre: deve accontentarsi di una cella quadrata con poche suppellettili e qualche poster alle pareti. Ma le scene affisse cambiano di frequente: lei e gli altri bimbi vengono spesso spostati da una cella all’altra, e Miss Helen Justinenau, la sua insegnante preferita, si occupa personalmente di prendere delle immagini da vecchie riviste e appiccicarle ai muri di quelle stanze anguste. Melanie è una ragazza intelligente: ha captato stralci di conversazione, da cui ha capito che si trova in un posto che si chiama “il blocco”, a sua volta posto all’interno di una base, denominata “Hotel Echo”, a circa quaranta km a nord di Londra, vicino a Beacon, la città fortificata dove anche lei potrà andare a vivere quando la sua missione sarà completata, così come le è stato promesso dalla dottoressa Caldwell, che si occupa di importanti quanto misteriosi esperimenti. La zona è protetta dai militari che stanno ben attenti a far fuori gli “hungrie”. È contenta di trovarsi nel blocco. Sa benissimo che un hungrie può fiutare l’odore di un essere umano, dargli la caccia per centinaia di chilometri per divorarlo. Quel che deve fare per guadagnarsi la libertà è semplicemente obbedire agli ordini, indossare la sua divisa quando il sergente Parks urla “trasferimento” fuori dalla sua cella, e lasciarsi legare dai militari che, armi in pugno, entrano nel suo cubicolo per condurla sulla sedia a rotelle in classe per assistere alla quotidiana lezione. A volte, quando ha provato a scherzare su quella lunga e fastidiosa procedura con i soldati, dicendo loro “non mordo mica”, non ha riso nessuno...

Sono trascorsi circa vent’anni dalla “Catastrofe”: un fungo in qualche modo ha compiuto il salto di specie, ed è passato dall’infettare formiche all’aggredire gli esseri umani. Gli infetti subiscono rapidamente gli effetti delle neurotossine rilasciate dall’ospite, che li trasformano in “hungrie” (dall’inglese hungry, famelico), corpi a cui neppure la morte cerebrale dà requie: il parassita assume il controllo diretto del corpo e del sistema nervoso della vittima, ed ha solo scopi primari: cibarsi, infettare altri individui, replicarsi. L’epidemia ha portato al collasso della civiltà. Restano in piedi alcune città militarizzate, sparuti gruppi di irriducibili, gli “junker”, che hanno rifiutato di unirsi alle comunità cittadine e vivono in selvaggia anarchia; e ovviamente gli hungrie. Tra questi ultimi però sembra essere emersa una nuova popolazione: bambini come Melanie, che non hanno perduto le capacità cognitive, anzi, sembrano essere ancora più intelligenti, pur conservando la predisposizione a trasformarsi in belve fuori controllo – o meglio, sotto il controllo del parassita installato nel loro cervello – quando avvertono odori umani. Nato da un racconto (Ifigenia in Aulide), pubblicato nel 2014, e divenuto un bestseller da oltre cinquecentomila copie vendute, seguito da una pellicola pluripremiata la cui sceneggiatura è stata scritta dallo stesso autore, La ragazza che sapeva troppo potrebbe sembrare a prima vista la solita variazione sul tema “zombie”. Invece il testo colpisce per originalità, inventiva, ritmo, candidandosi a divenire un classico del genere. Mike Carey – che scrive con lo pseudonimo di M.R. Carey –, inglese, classe 1959, già noto come sceneggiatore di fumetti per “DC Comics” e “Vertigo”, serie TV e film, dietro la rappresentazione di un mondo post apocalittico in cui le flebili speranze di salvezza del genere umano poggiano sulla sperimentazione condotta su bambini infetti, finisce con il raccontare – senza mai scadere nel didascalico, o peggio, nell’ovvio –, la paura del diverso, la vera mostruosità che risiede nella rinuncia consapevole e deliberata all’umanità in nome di un qualunque ideale, portando il lettore ad empatizzare sin dalle prime pagine con Melanie, con i suoi penosi tentativi di accettazione, con il suo bisogno di amore, con i suoi percorsi di consapevolezza progressiva, dolorosa, necessaria, il che renderà più difficile affrontare e superare alcune sequenze morbosamente splatter coinvolgenti bimbi hungrie, in cui, soprattutto nella parte terminale del romanzo, e pur essendo esplicito il messaggio veicolato, nulla viene lasciato all’immaginazione. Il film tratto dal romanzo, diretto da Colm McCarthy, vede Sennia Nanua nei panni della protagonista Melanie, Gemma Arterton nel ruolo di Miss Justinenau e l’iconica Glenn Close ad interpretare la dottoressa Caroline Caldwell. Purtroppo nella traduzione del titolo è stato perduto il significato ripreso più volte nelle prime pagine del romanzo che accomunava Melanie alla mitologica Pandora (Πανδωρα, ovvero “tutti i doni”: The Girl with All the Gifts, letteralmente “La ragazza con tutti i doni” è il titolo originale dell’opera), la bellissima fanciulla che, disobbedendo a Zeus, aveva scoperchiato il vaso che le era stato affidato, contenente tutti i mali del mondo.



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