La repubblica nel pallone

Sostengono Belli e Piccinelli che la politica italiana, storicamente, corteggia a oltranza il calcio senza essere corrisposta; il loro saggio indaga le ragioni e le dinamiche relazionali di questo mancato amore, colorandosi spesso di pura aneddotica. Si parte dai “Presidenti della Repubblica nel Pallone”: dal bianconero Einaudi (“Tutti nasciamo spontaneamente virtuosi, intelligenti, liberali e juventini”) al sassarese Antonio Segni, unico Presidente della Repubblica a essere stato anche presidente (onorario) di una squadra di pallone (la Torres); da Giovanni Leone, napoletanissimo (stava in tribuna anche in trasferta, negli anni della B, in un oscuro Monza-Napoli), a Cossiga formidabile juventino, passando per Carlo Azeglio Ciampi tifoso amaranto livornese e per Mattarella, rosanero palermitano con simpatie interiste. Si passa poi, nel secondo capitolo, ad Achille Lauro, storico presidente del Napoli, sindaco, parlamentare ed editore, capace di propaganda populista pallonara protoberlusconiana; uno che sapeva “fare costume, non calcio”, servendosi dei media con una certa astuzia. Il terzo capitolo è dedicato al Segretario dell’odierno Partito Comunista, Marco Rizzo, figlio di un operaio Fiat, ex capo ultras del Toro (“Marco il biondo”), per spiegare la strategia divisiva della classe operaia adottata per tempo dalla Juve. Poi viene un capitolo dedicato a Ciriaco de Mita, da Nusco: tifoso dell’Avellino, segretario della Democrazia Cristiana proprio negli anni dei lupi irpini in serie A, padre di un apprezzato manager della gloriosa Lazio di Cragnotti. Ecco poi “Il calcio e la Roma nella vita di Giulio Andreotti”: il vecchio leader diccì era estremamente tifoso della Roma, sin da bambino; giocò un ruolo rilevante nell’acquisto del divino Falcao e nell’avallare i lavori del primo ampliamento di Trigoria; tuttavia, nei momenti delicati della Lazio, non mancò; fu lui a sostenere Bocchi e Calleri nel salvataggio della Lazio a fine anni Ottanta. Si passa a un capitolo dedicato ai segretari e ai politici del PCI e alla Juve: Togliatti era zebrato, così come Luciano Lama, Berlinguer e l’italosloveno Veltroni; si fa in tempo a ricordare Bertinotti, rossonero senza imbarazzo, perché tanto “le squadre di calcio sono tutte dei padroni. E se proprio devo scegliere un padrone, meglio uno che mi fa vincere il campionato”. E poi, ancora: si parla di Giovanni Di Stefano da Petrella Tifernina, bizzarro presidente del Campobasso, ex uomo politico in Bosnia, ex affarista nell’oscura Jugoslavia, ex avvocato “del diavolo”, attualmente ospite delle galere inglesi; viene quindi un capitolo su Craxi e Borsano: sull’ultima intervista del fu segretario del PSI, rilasciata a Caressa, e sulla sua passione per il Toro; sulla sua scelta di Borsano come uomo della rigenerazione granata, dopo la retrocessione in B, e sulla curiosa coincidenza del tracollo di quel Toro e del PSI. C’è spazio ancora per un capitolo sui trascurabili fenomeni partitici delle liste “Forza Roma” e “Avanti Lazio”, per Mario Auriemma, già presidente di Civitavecchia, Pomezia e Frosinone, improbabile candidato sindaco di Roma e infine per il prevedibile Berlusconi e per la sua “sensibilità tattica”…

La Repubblica nel pallone. Calcio e politici, un amore non corrisposto è stato pubblicato dalla Rogas a fine 2019 nella collana di cultura generale chiamata “Atena”; è un libello dal respiro corto, cortissimo, più vicino a una rubrica pensata per un periodico, come appuntamento fisso, che a un saggio strutturato razionalmente e metodicamente. L’impatto è estremamente frammentario e disordinato e le vulnerabilità, a livello di coerenza e uniformità, sono, ovviamente, fatalmente eccessive. La distanza da una pietra miliare nel genere, come Calcio e potere di Simon Kuper, pubblicato dalla fu ISBN di Milano una decina d’anni fa, è talmente siderale che è forse più educato glissare. Si tratta di campionati diversi, diciamo così. Graficamente, l’edizione Rogas punta su un’interlinea da dispensaccia universitaria o giù di lì – l’impatto è purtroppo piuttosto amatoriale; consiglio all’editore di rivedere la scelta, in futuro. Si registrano, qua e là, strani errori nell’aneddotica (ad es., va ricordato agli autori che Pertini disse “Non ci pigliano più” solo dopo il terzo gol nella finale Mundial 1982, non certo dopo il rigore sbagliato da Cabrini; altrimenti si chiamava Cassandro). Errori del genere si potevano sanare con una blanda revisione redazionale. Un capitolo risulta scritto da Alessandro Iacobelli e non da Belli e Piccinelli: si tratta di quello dedicato ad Andreotti, contenente il racconto del figlio Stefano, laziale, terzo dei quattro eredi Andreotti. Non è agiografico ma ha un respiro molto democristiano. Prima di congedarci, qualche cenno sugli autori. Fabio Belli, romano, classe 1980, giornalista, aveva già pubblicato con Marco Piccinelli (classe 1992) Calcio e martello. Storie e uomini del calcio socialista (Rogas). Tutto qua.

 


 

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