La resilienza del bosco

La resilienza del bosco

Buoni propositi, impegni contratti, pochissimi fatti concreti. Riguardo alle politiche per contrastare il cambiamento climatico riducendo le emissioni di gas serra, non molto sembra essere cambiato dopo il 23 settembre 2019, quando i rappresentanti di oltre cento Stati si sono radunati presso il Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite per il New York Climate Action Summit. Passi avanti forse, ma non sufficienti a limitare il surriscaldamento del nostro pianeta. Poche settimane prima dell’incontro, la foresta amazzonica bruciava e le fiamme, sospinte dal vento, facevano il giro di tutto il mondo sugli schermi televisivi, dei telefonini e dei computer. Nemmeno questo è bastato. Spente le fiamme, si sono spenti anche gli schermi. Ma gli incendi delle foreste sono un sintomo, non un caso unico. Un sintomo di un male i cui effetti sono la perdita della biodiversità, l’alterazione della distribuzione delle piogge, la scomparsa delle culture indigene. Arrivati alla metà di questo secolo, non potremo fare più niente. L’uomo, dalla sua ha l’ingegno, ma anche l’incapacità di percepire i fenomeni che avvengono su scala planetaria. In sostanza, guardiamo al dito che la indica anziché vedere la Luna. Ci manca, insomma, l’empatia che ci spronerebbe ad aiutare gli altri a resistere per ricominciare. Capacità che invece possiedono le foreste, resilienti appunto, in grado di assorbire mutamenti di grande intensità, dovuti a cause naturali o, purtroppo, umane. Gli alberi sono in grado cioè di percepire l’arrivo di un cambiamento climatico drastico e di sopravvivere utilizzando, a seconda della specie, varie strategie non solo per rinascere ma anche per sfruttare a proprio vantaggio un incendio distruttore. Milioni di anni di evoluzione hanno portato a questa incredibile capacità che l’uomo, in pochissimo tempo, rischia di distruggere causando cambiamenti climatici repentini. Occorre dunque sentire quello che i boschi hanno da dire, conoscere la loro natura e, conoscendola, imparare dai nostri errori, perché il tempo del consumismo si fermi e ci faccia tornare a vivere al ritmo del mondo…

Quando veniva dato alle stampe questo interessantissimo saggio di Giorgio Vacchiano, ricercatore e docente in Gestione e pianificazione forestale presso l’Università Statale di Milano, l’Australia non aveva ancora preso fuoco. Quello che è successo lo hanno visto tutti. Ora che anche quel fuoco è stato spento, abbiamo un’epidemia a cui pensare e dunque le foreste possono aspettare. Invece non è così. Per svegliare le nostre coscienze, ma prima di tutto per incuriosirci e guardare ai nostri boschi con occhi diversi, possiamo cominciare leggendo questo e poi approfondendo. “Pensiamo spesso che, contrariamente agli animali, le piane siano immobili. In realtà i semi consentono loro di percorrere lunghissime distanze.” Viaggiare, come il cocco, come i semi trasportati dagli animali. Dai boschi sopra Cortina d’Ampezzo alle paludi della Louisiana alla ricerca del cipresso calvo, vecchio di 2600 anni; dai pini silvestri della Valle d’Aosta all’isola di Haida Gwaii, al largo della costa della Columbia Britannica del Canada. Un viaggio attorno al mondo per scoprire che le foreste sono connesse tra loro, che sentono i mutamenti del clima, adattandosi ai cambiamenti con stratagemmi e soluzioni incredibili ma che il nostro stile di vita sta per compromettere irrimediabilmente. Purtroppo, o per fortuna, tocca alla nostra generazione prendere una decisione. Chi ci ha preceduto non lo ha fatto, chi ci seguirà vivrà in base a ciò che noi decideremo qui e ora. Si tratta di una vera e propria gara contro il tempo, poiché questo cambiamento climatico non ha precedenti nella storia dell’uomo. Perché se variazioni di temperatura si sono sempre verificate (anni più caldi e anni più freddi), la scienza ha dimostrato che tali variazioni, a partire della seconda metà del secolo scorso, sono diventare sempre più rapide e a senso unico.



 

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