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La salamandra

La salamandra

Marisol Starčević ha il mare nel cuore ed in tutti i suoi pensieri: figlia di un soldato serbo e di una madre cubana, vive ormai vicino Belgrado, in un mondo fatto di piccole cose quotidiane, di persone che le vogliono bene, di amicizia. La sua mente trova conforto nell’amicizia di Lamija, del gatto Papete e soprattutto nel ricordo di un mare che non ha visto tante volte ma ha dentro. Così come dentro ha la santeria, quella capacità di vedere passato, presente e futuro ereditata direttamente dalla nonna caraibica: lo spiritismo si fa spazio in lei lacerandole anche la pelle, le visioni le lasciano ferite e paura. Marisol è infatti come una Salamandra, animale dalla pelle a chiazze, che vive in mezzo al fuoco e che con le sue virtù lo sa spegnere. La sua infanzia finisce il giorno in cui la madre Marianela Castillo è cacciata di casa dal padre Bojan Starčević perché scoperta fra le braccia di Zijo, padre di Lamija e di Ibrahim. Un adulterio è sempre sbagliato, ma se poi è consumato con un musulmano, in quei tempi lì, alle porte della guerra civile in Jugoslavia, è ancora peggio. Marisol cresce quindi senza madre e a volte anche senza padre militare invischiato sempre di più nella politica dei Balcani e spinto anche da un desiderio di vendetta personale. Finché arrivano i giorni della strage, i giorni dei lutti e delle vendette. La pelle di Marisol è il termometro amaro ed involontario di quell’eccidio…

Sicuramente intrigante la scelta di Carmine Sorrentino di riportare vicende personali all’interno di un conflitto mondiale come quello che ha drammaticamente incendiato i Balcani alla fine degli anni ’80 e per tutti gli anni ’90 decretandone la frantumazione. La vicenda di una ragazza veggente che è lei stessa frutto dell’unione di due popoli (cubano/caraibico e slavo), di due culture (santeria ed ortodossia) e di fedi e mondi differenti sintetizza bene la storia individuale di chi ha vissuto il dramma della fine di un’epoca. Commovente anche il richiamo all’anniversario, a 25 anni di distanza, di Srebrenica, dove si è consumato il più atroce massacro etnico sotto gli occhi colpevoli dell’ONU. Marisol è l’emblema della fragilità della convivenza fra popoli diversi: la sua stessa esistenza è macchiata da un desiderio inarrestabile di infinito, il suo mare, e dalla necessità di legarsi ad una persona che sappia starle accanto ed accudirla, Ibrahim. La condanna dei genitori è la condanna contro l’egoismo degli individui e dei popoli, ma non c’è lieto fine se non nella salvezza individuale, parziale consolazione rispetto ad un mondo intero che sta andando in pezzi. Il libro di Carmine Sorrentino è asciutto e gradevole: le storie sono intrecciate attorno alla figura di Marisol, ripresa ancora prima della nascita, quando in maniera cursoria ma comunque determinante sono raccontati gli episodi che portano all’incontro fra un soldato serbo dell’esercito di Tito ed una giovanissima e poverissima donna della Cuba di Fidel Castro. Non ci sono giudizi politici né condanne: nel libro c’è il racconto romanzato di chi vive in bilico la dissoluzione delle certezze della vita, a partire da quelle dell’infanzia.