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La schiavitù è uno stato di guerra

Il 16 ottobre 1859 sedici bianchi e cinque neri armati fino ai denti partono di notte a cavallo dalla fattoria del Maryland a pochi passi dalla Virginia in cui vivono da qualche mese. Giunti ad Harper’s Ferry si dividono in due gruppi: uno – guidato dal barbuto cinquantanovenne John Brown, fervente abolizionista dedito alla causa dell’Underground Railroad e convinto da sempre che una insurrezione armata sia l’unico modo per rovesciare l’istituzione della schiavitù – occupa la locale fabbrica d’armi e arsenale, mentre quello guidato dall’oriundo svizzero John H. Kagi libera gli schiavi della fattoria del colonnello Lewis W. Washington. Una trentina di ostaggi vengono rinchiusi nell’arsenale, i fili del telegrafo vengono recisi. Non si registra nessuna reazione armata nella cittadina. Brown e i suoi sono euforici: il blitz è stato un indubbio successo e Brown commette la leggerezza di far ripartire il treno Wheeling-Baltimora fermato al ponte sul Potomac. In questo modo la notizia dell’attacco ad Harper’s Ferry si diffonde in tutto il Maryland e presto arriva fino a Washington, da dove si ordina l’invio di una compagnia di marines agli ordini del colonnello (e futuro generale sudista) Robert E. Lee. Invece di fuggire, come suggerito da Kagi, sulle vicine montagne dove già hanno creato delle basi per la guerriglia, gli insorti si barricano nell’arsenale con gli ostaggi, probabilmente perché Brown immagina che questo suo colpo di mano scateni l’insurrezione generale degli schiavi di tutte le piantagioni della zona, dello Stato e chissà, forse di tutti gli Stati Uniti. Una strategia disastrosa, che all’arrivo di milizie da Charlestown e dei marines causa la morte di molti membri del gruppo di insorti (tra i quali Kagi e due figli di Brown, Watson e Oliver) e il ferimento e la cattura di tutti gli altri. Nel frattempo, nessuna rivolta si verifica nella zona. Amareggiato e deluso, il 25 ottobre John Brown subisce un processo per “cospirazione, istigazione di negri e di altri alla rivolta, omicidio di primo grado e alto tradimento” senza alcuna assistenza legale e viene condannato all’impiccagione, che avviene il 2 dicembre. Brown muore dopo 35 minuti di agonia sulla forca. Le sue ultime parole sono sinistramente profetiche: «Io, John Brown, sono abbastanza sicuro che i crimini di questa terra colpevole non saranno mai eliminati se non con il sangue. Mi ero, come ora penso, fino ad oggi vanamente lusingato che si sarebbe potuto verificare senza troppo spargimento di sangue. Ho richiesto che mi si risparmi ogni presa in giro, o preghiere ipocrite dette per me, quando sarò pubblicamente assassinato: e che i miei soli assistenti religiosi siano dei poveri piccoli ragazzi e ragazze schiavi, trasandati, cenciosi, a testa e a piedi nudi; guidati da qualche vecchia madre schiava dai capelli grigi. Addio!»…

Il bel volumetto di Edizioni dell’asino raccoglie lettere personali di John Brown (molte inedite in Italia e tutte tratte dal prezioso A John Brown reader, compilato da Louis Ruchames nel 1959), alcuni frammenti di diario del leader abolizionista (struggente tra tutti il ricordo di un compagno di giochi dell’infanzia che era uno schiavo-bambino di colore, torturato e picchiato dal suo “padrone”, un proprietario terriero), testimonianze di suoi contemporanei (Frederick Douglass), la celeberrima orazione di Victor Hugo in cui Brown viene paragonato a Spartaco e i bigliettini vergati da Brown nell’imminenza della sua impiccagione. Un corpus di documenti snello ma indispensabile da affiancare (o almeno questo è il nostro consiglio) alla lettura di una biografia dell’attivista ritratto in primo piano nel magnifico murale di John Steuart Curry dipinto per il Municipio di Topeka e ripreso dalla celebre cover della rockband Kansas. “Non si può certo affermare che la grande storiografia anglosassone sia non diciamo tenera, ma neppur generosa, con John Brown”, osserva acutamente il curatore Bruno Maffi – curatela e prefazione sono datate 1962, l’anno della prima edizione del volume, per i tipi de Il Saggiatore. “(…) L’alta cultura in genere lo dipinge nella migliore delle ipotesi come un pittoresco avventuriero del West; in un’ipotesi meno benevola come uno dei mille aspiranti coloni che dell’antischiavismo fecero un piedistallo ai loro interessi di border-men (…); nell’ipotesi peggiore come un pericoloso caposcarico con forti venature di follia ereditaria”. Ma, sempre secondo Maffi, “la vitalità di John Brown non è nei suoi programmi (confusi, passionali) e nemmeno nei suoi fatti d’armi (modesti e allora comuni nel quadro di una quasi permanente guerriglia), ma nella sua qualità di specchio dell’epoca, nella generosità dei fini e nell’utopismo dell’azione”. E questo lo rende un personaggio storico di importanza capitale non solo nell’immaginario collettivo del libertarismo e del socialismo ma in generale nella storia degli Stati Uniti e nel percorso – lungo, tormentato e incredibilmente non ancora concluso – della conquista della completa parità per gli afroamericani.