La scuola della disobbedienza

La scuola della disobbedienza

La strategia didattica di Don Lorenzo Milani si basava sulla convinzione che la scuola non doveva limitarsi alle consuete ore del mattino, tra il suono della prima campanella e il momento di fare ritorno a casa. Abituato a trascorrere gran parte del tempo in compagnia dei giovani contadini che frequentavano le sue lezioni, il priore di Barbiana con loro leggeva e commentava le notizie del giornale e scriveva le sue lettere spesso indirizzate a importanti personalità della politica e dell’istruzione. La scuola doveva essere maestra di vita per chi non aveva gli strumenti per difendersi. È quanto Don Milani sostiene nella Lettera ai giudici, scritta il 18 ottobre 1965 per il processo che lo vedeva imputato di apologia di reato, dopo essere intervenuto a favore dell’obiezione di coscienza. Spiegava con le sue parole intrise solo di onestà e amore per l’istruzione, che di fronte alle accuse di alcuni cappellani militari rivolte ai commilitoni obiettori di coscienza né lui, né i suoi allievi avrebbero mai potuto astenersi da rendere pubblico il loro assoluto dissenso. Secondo il priore di Barbiana dei centoventi religiosi militari toscani solo venti avevano avuto il coraggio di chiamare una “espressione di viltà” il comportamento degli obiettori di coscienza. Nemmeno nei processi a carico di questi ultimi si arrivava a formulare accuse di tale gravità. Don Milani si chiedeva se può essere ritenuta viltà quella di un soldato che, di fronte a un ordine palesemente ingiusto del suo superiore, si rifiuta di obbedire. Certamente no. E allo stesso modo deve comportarsi il buon cristiano nel momento in cui ha la piena consapevolezza che il sacerdote – o addirittura chi detiene un ruolo anche maggiore nella sfera ecclesiastica – sta disattendendo nel suo operato alla legge di Dio. La coscienza è espressione della natura umana e dell’intelligenza. Nella precedente lettera in risposta ai cappellani militari del 23 febbraio del 1965 il sacerdote era arrivato a dimostrare l’inutilità dei conflitti in cui era stato trascinato il popolo italiano, a iniziare dalle battaglie risorgimentali. Solo verso la guerra civile dei partigiani riservava un giudizio favorevole…

Don Milani (1923-1967) nacque in una famiglia borghese fiorentina, trasferitasi a Milano per un breve periodo con il secondo conflitto mondiale. Fu proprio durante i bombardamenti in cui la precarietà dell’esistenza umana appariva ai civili in tutta la sua gravità, che il giovane Lorenzo maturò la decisione di prendere i voti. Tornato a Firenze e ordinato sacerdote, fu inviato nel 1947 a San Donato di Calenzano, in provincia di Prato, dove realizzò la sua prima esperienza di scuola popolare con un corso serale indirizzato ai contadini e agli operai. Il suo anticonformismo, che lo spingeva a contestare la scuola tradizionale a vantaggio delle famiglie abbienti, unito alla convinzione che la fede e la coscienza individuale fossero superiori alla legge degli uomini, lo misero in cattiva luce di fronte alla Chiesa e gli valsero il trasferimento a Barbiana, un paesino dell’Appennino toscano abbandonato a se stesso. Qui Don Milani passerà il resto della vita, impegnandosi a fondo per rendere possibile il suo ideale di scuola popolare. Per il sacerdote gli umili avevano conoscenze ed esperienze da raccontare quanto le persone colte, ma rispetto a queste ultime erano privati di un uso adeguato della parola. Il suo obiettivo era istruire gli allievi nell’arte di esprimersi, dar loro la possibilità di parlare come pari con ingegneri, dottori e avvocati, per rivelare la ricchezza delle loro conoscenze sulla natura, con cui avevano quotidiani rapporti, e sui valori dell’amore e dell’amicizia. Convinto dell’efficacia di questo metodo educativo, Don Milani giunse a criticare la posizione del ministro dell’istruzione Paolo Rossi che voleva evitare lo studio del latino negli istituti tecnici, un’ulteriore dimostrazione di come la classe borghese volesse che fossero solo i suoi giovani a godere di una formazione scolastica di alto livello. La prima opera del priore di Barbiana che aveva suscitato il dissenso della Chiesa e dei perbenisti era stata Esperienze pastorali, per la quale era intervenuto il Sant’Uffizio con lo scopo di bloccarne la distribuzione, a cui erano seguite Lettera a una professoressa – scritta insieme ai suoi allievi, è una denuncia del sistema elitario della scuola italiana – e Lettera ai cappellani militari. Raccolta insieme ad altre epistole in La scuola della disobbedienza, alla base dell’opposizione ai religiosi militari che accusarono l’obiezione di coscienza c’è la volontà non solo di prendere una posizione improntata sulla tolleranza, ma anche di affrontare con coraggio le conseguenze della propria decisione. Come Socrate che non sfuggì la giustizia degli uomini, a volte troppo parziale, malgrado sapesse di essere innocente. Processato per apologia di reato dal Tribunale di Roma, Don Lorenzo Milani fu condannato postumo. Morì il 26 giugno del 1967 a soli quarantaquattro anni a causa del morbo di Hodgkin.



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