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La spada di Mishima

Londra, anni Novanta. Christopher esce dalla stazione della metropolitana e dopo dieci minuti arriva a The Studio, un moderno edificio che ospita club sportivi e un centro benessere. Ha con sé una borsa dalla forma insolita che contiene una katana, una spada da samurai. Anzi, non è esatto. Quella non è una vera katana ma una iaitō, una spada finta da esercitazione, con una lama fatta in una lega di zinco impossibile da affilare: una delle uniche spade di cui è permessa la proprietà in Giappone dalla fine della seconda guerra mondiale, quando per volere degli americani occupanti tutte le arti marziali furono vietate e le armi confiscate. Christopher entra in uno spogliatoio, indossa uwagi e hakama – giacca di kimono e pantaloni larghissimi, entrambi neri. In sottofondo c’è una stupidissima disco music da palestra. L’uomo incrocia una donna vestita da capo a piedi in rosa fluo, con walkman e occhiali da sole anch’essi rosa. Sono uno di fronte all’altra, ma tra loro c’è un abisso di secoli: “Era venuta lì per ballare, per divertirsi, per far vedere che le piaceva il rosa e per tenersi in forma. Io ci ero andato per imparare a uccidere con una sola mossa spettacolare, vestito con gli abiti di un guerriero feudale giapponese, membro di una casta estinta da tempo”…

Il 25 novembre 1970, presso il Quartier Generale di gruppo dell’Esercito Orientale giapponese, a Tokyo, lo scrittore e attivista politico Yukio Mishima – al secolo Kimitake Hiraoka – al culmine di uno spettacolare colpo di mano durante il quale con l’aiuto di quattro fedelissimi della Tate no Kai, la Società dello Scudo, la formazione paramilitare che egli stesso ha fondato, ha preso in ostaggio il generale Kanetoshi Mashita, si prepara al suicidio rituale, il seppuku. Deluso dalla reazione dei soldati della caserma al vibrante discorso patriottico che ha appena pronunciato dal balcone, si denuda e si inginocchia con il viso rivolto al palazzo imperiale. Incurante delle parole del generale Mashita, che tenta di dissuaderlo dal gesto estremo, Mishima controlla che il suo luogotenente Morita sia pronto a decapitarlo con la spada in caso lo sventramento non sia sufficiente. Raccoglie il coltello rituale, se lo conficca in un fianco e lentamente muove la lama da sinistra a destra e poi in alto, aprendosi l’addome. Piegato su se stesso, fa cenno a Morita, che goffamente per tre volte ferisce lo scrittore causandogli una terribile agonia invece di dargli come previsto il colpo di grazia. Un altro membro della Tate no Kai, Vecchio Koga, gli strappa la spada di mano e con un colpo secco decapita Mishima. Morita, umiliato, si inginocchia anche lui e tenta di fare seppuku come il suo maestro, ma invano. È ancora Vecchio Koga a intervenire e a mozzargli la testa. La katana che ha spezzato le vite di Mishima e Morita, oggetto protagonista di eventi tragici che segnano la storia del Giappone moderno e della Letteratura, da dove è arrivata? A che epoca risaliva? A chi era appartenuta prima che allo scrittore candidato per ben tre volte al premio Nobel? Sono le risposte a questi interrogativi il cuore del saggio di Christopher Ross – praticante entusiasta di Iaidō, Kung Fu e Aikidō Yoshinkan, amante del Giapponese – che ci guida in una appassionante ricerca sul campo alla scoperta della cultura nipponica e della mistica dei samurai che viaggia in parallelo con le note biografiche su Mishima, del quale ripercorriamo la vita, le opere e le idee.