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La spinta

La spinta

Blythe e Fox sono inseparabili. Stanno per compiere ventuno anni e ad entrambi manca meno di un anno alla laurea. Trascorrono il loro tempo insieme, dormono sul letto sfatto di lei allo studentato e, quando studiano, lo fanno restando seduti alle estremità di un vecchio divano tenendo le gambe intrecciate. Ogni tanto escono a bere qualcosa con gli amici di Fox, ma finiscono sempre per rientrare a casa presto, perché si bastano e non hanno bisogno d’altro. Blythe, d’altra parte, è così impegnata a tenere alta la sua media dei voti, per poter continuare ad usufruire della borsa di studio, che non ha il tempo di creare per sé una vera e propria vita sociale universitaria. Quando ha conosciuto Fox non aveva nulla e il ragazzo è diventato immediatamente il suo tutto. La notte lo guarda con ammirazione e al mattino gli sfiora l’ispida linea del mento per svegliarlo. È come una droga, per lei. Fox, qualche volta, le chiede di sua madre e Blythe gli racconta i fatti nudi e crudi. Sua madre Cecilia l’ha abbandonata quando lei aveva undici anni, da allora l’ha rivista soltanto due volte e non ha la più vaga idea di dove viva né di cosa faccia. A dir la verità anche Cecilia ha avuto un rapporto alquanto burrascoso con la madre Etta, una donna anaffettiva e psicologicamente instabile che ha concluso la propria esistenza, a trentadue anni, impiccandosi a una quercia del giardino davanti a casa quando Cecilia era ancora una bambina. Ecco perché Blythe è timorosa quando Fox le parla della sua voglia di avere un bambino. Teme di essere come tutte le donne della sua famiglia, diversa. Ma è perdutamente innamorata di Fox e quando, il giorno del suo venticinquesimo compleanno, lui le chiede di sposarlo, Blythe è al settimo cielo. I primi anni di matrimonio, prima dell’arrivo di Violet, sono meravigliosi. I due si coccolano, si dedicano alla loro carriera, si bastano. Ma Fox va in brodo di giuggiole tutte le volte che vede Blythe prendere in braccio il bambino di qualcun altro. Le dice che la gravidanza le dona. E allora lei si convince e pensa che andrà tutto bene, sarà tutto quello che sua madre non è mai stata...

Due paia d’occhi, due sguardi che, separati dal vetro di una finestra, si agganciano e si fissano. Sono due sguardi che si somigliano e sono uno il riflesso dell’altro. Sono gli sguardi di una madre, sola, e di sua figlia, adolescente ribelle ormai completamente integrata in una nuova famiglia, quella del padre. L’immagine della famiglia perfetta di cui è satura la pubblicità, tutta sorrisi e abbracci, viene completamente asfaltata dal romanzo d’esordio della canadese Ashley Audrain, avvincente thriller psicologico e manifesta denuncia dello stereotipo all’interno del quale è, spesso, imbrigliata la figura della donna che si appresta a diventare madre e che si vede stravolgere, per questo, l’intera esistenza. Blythe, aspirante scrittrice ed ex moglie di Fox, racconta la sua verità e conduce il lettore tra le pieghe di una storia in cui la maternità e il rapporto tra madre e figlia precipitano in un vortice di conflittualità - una diversità che è forse un’eredità tramandata da generazioni, a partire dalla nonna Etta e dalla madre Cecilia - sul quale la protagonista si interroga senza concedersi sconti. Diventare madre per Blythe è un’esperienza dura: il corpo che cambia; le notti insonni e la stanchezza; il rapporto mutato con un marito la cui vita è unicamente arricchita - e non completamente stravolta - dall’arrivo di un figlio; il timore di perdere la propria indipendenza e di vedere il proprio ruolo legato unicamente e indissolubilmente a quel piccolo esserino cui ha donato la vita, quella creatura che, pur impegnandosi, non riesce a vedere come unica gioia della sua esistenza. Ci prova davvero, Blythe, a essere ciò che il suo ruolo le impone, ci prova a costruire un canale di contatto con la figlia e in parte riesce a farlo, fino a quando realizza che dietro allo sguardo ribelle e anaffettivo della bambina si nasconde una durezza, una malvagità sbagliata e pericolosa. E allora Blythe ingaggia una nuova battaglia con se stessa, nella quale cerca con tutte le sue forze di capire se le sue intuizioni siano corrette o solo frutto di un suo pregiudizio sulla figlia. E da quel momento tutto precipita. Una storia bellissima e onesta che, servendosi della tensione tipica del thriller, racconta di solitudine e pericolosi stereotipi, di legami familiari malati e di ereditarietà, del potere della parola scritta - che nel momento in cui si fa confessione diventa anche unica salvezza possibile - e della lecita fame di realizzazione e libertà di ogni madre che resta, sempre e comunque, prima di tutto una donna.