La stanza dei racconti

Agosto 1982, Belluno. Un palloncino mezzo sgonfio entra nella stanza dalle imposte socchiuse. Alfio stizzito lo calcia via e quello vola a urtare lo schermo del piccolo televisore in precario equilibrio su una sedia che crolla a terra con un gran fracasso. Luca entra proprio in quel momento. Quando ha deciso di rientrare a Belluno dopo il servizio militare non pensava che Alfio fosse caduto in una tale desolazione. Questo evento è l’inizio delle storie di tanti anni prima che l’autore sta scrivendo: è la mattina presto di un giorno di fine ottobre di un anno del nuovo millennio e scrivere è un modo per diventare vecchio in modo dignitoso, perché lui ha un’età avanzata, ma ancora non può essere definito anziano. È in viaggio, su un treno, in direzione di Belluno, ha scelto un alberghetto scadente perché ha bisogno di desolazione per scrivere, si rinchiuderà in quella camera anonima per scrivere e invecchiare liberamente. Riparte con un altro ricordo nostalgico. Giugno 1981, Belluno. In fondo al ponte degli Alpini appaiono le maglie variopinte dei corridori, mentre lungo la strada i presenti agitano le bandierine, nessuno riesce a vedere la maglia rosa, ma tutti si ricorderanno l’emozione di quello sfrecciare di ruote. Il professore Bertacchi continua a guardare la strada, è caldo, ma siccome ai soldati non è ancora stato dato l’ordine di indossare la divisa estiva, lui per partecipare ai ritmi militari veste ancora invernale. Poi si muove verso la scuola e dietro di lui la classe in formazione disordinata, a seguire Luca e i suoi allievi e quelli di Guerrieri, che aveva avuto l’idea di andare a veder passare il Giro d’Italia. Non hanno il permesso della Preside che li sta aspettando al cancello. All’uscita di scuola Alfio lo aspetta sulla sua Mini Minor amaranto con bande nere, ancora ignaro che di lì a poco la moglie professoressa lo avrebbe lasciato e contemporaneamente si sarebbe ritrovato disoccupato. Non è facile scrivere sul treno, l’autore si arrangia e un po’ romanza i ricordi per ottenere la giusta dose di nostalgia, i personaggi vanno e vengono, forse qualcuno nemmeno ricomparirà. Luca in realtà sarebbe proprio lui, l’autore, in una sorta di gioco di specchi tra ricordi immaginazione e finzione letteraria, spesso accade che la finzione sia più interessante della verità. A Belluno, nel 1982, nevica, ma è caldo perché Luca è con Carla, l’ama, ascoltano Cohen cantare mentre si abbracciano. Quell’estate invece avrà freddo. Lo scrittore rilegge, come se non lo avesse scritto lui e capisce cosa non ha funzionato con Carla, non hanno capito i segnali reciproci e si sono persi. Il programma era d’individuare i ricordi a cui dare la precedenza, invece i personaggi si sono imposti. Il sole di mezzogiorno illumina la piazza quando arriva a Belluno. Gennaio 1981, Belluno. È freddo, Luca entra da un barbiere e poi va verso il ponte degli Alpini…

La stanza dei racconti di Martino Sgobba è un testo in cui l’autore mette in evidenza la struttura compositiva della narrazione. Il romanzo consta di tre parti di lunghezza diversa in cui il narratore onnisciente alterna la voce in terza e in prima persona; nella prima parte si avvicendano capitoli in cui l’oggetto è il racconto romanzato di ricordi che risalgono alla gioventù di Sgobba, quando insegnante alle prime nomine si trasferisce a Belluno, con capitoli relativi alla cronaca in prima persona della costruzione del romanzo, l’introduzione dei personaggi e la decisione delle priorità nella scelta dei ricordi a cui dar voce, le scelte stilistiche, e riflessioni personali sulla scrittura. Sgobba arriva a far parlare gli oggetti della stanza di albergo, che si animano e dialogano con lui, in particolare con lo specchio c’è un vero e proprio scambio emotivo. Nella parte centrale del romanzo, che poi in effetti un romanzo non è, l’autore narratore con l’arrivo di Valeria lascia la stanza d’albergo, con lei rientra nella realtà per finire nella parte conclusiva del libro in cui la decadenza e la nostalgia perdono il loro ruolo centrale e il presente diventa la vita. Il risultato è un testo sperimentale, greve, con ritmo spezzato e salti temporali che seguono una sorte di flusso di pensieri tra memoria e osservazione. Uno stile complesso che gioca sulle parole, scomposte in frasi e immagini che obbligano alla riflessione, una forma poetica con costruzioni impegnative in cui le frasi non scivolano neanche quando l’intento è l’ironia. I pensieri che ritornano, la filosofia dell’autore, sono sostanzialmente due: il senso dell’atto dello scrivere e la necessità della memoria per arrivare a capire il presente, è fondamentale conoscere bene la storia che lo precede. Crescono in parallelo la storia di Luca e le sperimentazioni dello scrittore, che coinvolge il lettore nella sua ricerca, rivendicando il diritto di scrivere come preferisce e parimenti riconoscendo al lettore il diritto di abbandonare la lettura del libro in qualunque momento.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER