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La strada del mare

La strada del mare

Zio Benassi sveglia di soprassalto la moglie, Pace, tutto agitato. Non è ancora giunta l’alba e fuori dalla finestra è buio pesto. Si intravedono solo le luci dei lampioni di via Cellini che si infilano tra le doghe consumate dell’avvolgibile di legno e illuminano la finestra. La fronte della moglie è madida di sudore e così pure le guance e il collo. La donna annaspa sul cuscino senza riuscire a respirare e al contempo sussulta e salta sotto le coperte tremante come era capitato anche a lui, anni prima, all’ultimo attacco di febbri malariche. Zio Benassi strattona Pace con vigore chiedendole cosa abbia, con l’intento di svegliarla e aiutarla. Dopo molti strattoni la donna finalmente si sveglia e riprende a respirare spiegando che ha sognato un manto nero che l’avvolgeva tutta e non le permetteva di respirare, tanto che le è sembrato di essere in punto di morire. Zio Benassi, nel vederla respirare di nuovo con calma, si tranquillizza. Anche lui ha fatto un sogno: ha sognato Fernando, il più caro dei suoi cugini con cui era scappato di casa nel 1922 per arrivare a Todi e prendere parte alla marcia su Roma. I due non erano però riusciti nel loro intento perché erano stati sopresi da zio Enocle che li aveva rispediti a casa in malo modo. Pochi mesi dopo, Fernando aveva fatto una brutta fine. Terminato il momento di condivisione dei rispettivi sogni, marito e moglie si alzano dal letto e si vestono. Sono le sei e un quarto e senza neanche fare colazione i due si recano a messa. Dopo un’ora sono di nuovo a casa e si siedono a tavola per mangiare: zuppa di pane e caffè d’orzo. Poi zio Benassi esce di nuovo mentre Pace si dedica alla cottura dei fagioli…

La strada del mare di Antonio Pennacchi inizia così, in medias res, con una delle tante scene di vita quotidiana cui ci ha abituati l’autore Premio Strega 2010. In quest’opera Pennacchi prosegue l’epica impresa di raccontare per intero la saga della famiglia Peruzzi e la storia dell’Agro Pontino negli anni Cinquanta. La scrittura di Pennacchi è materica, visionaria, stracolma di dialetto, scene di vita quotidiana, di relazioni umane e di Storia che a sua volta fa da cornice a tante altre storie umane. Significativo è già il titolo scelto per questo romanzo. Evoca l’idea di un percorso che si fa spazio nella complessità della vita e del passato dell’umanità con la capacità di traghettare significati nel presente. La scrittura è avvolta da uno stile inconfondibile che rende unico questo autore e l’ha consacrato come il maestro indiscusso della narrazione storica contemporanea italiana. Pennacchi sa coniugare la storia collettiva con le vicende piccole ma degne di nota dei suoi personaggi alle prese col dolore, l’amore, la paura, il coraggio, la felicità. Si tratta di un lavoro certosino che sicuramente si è nutrito di studio approfondito e di documentazione oltre che dei ricordi e dell’abilità dello scrittore che ha unito verità personale e verità storica per comporre un romanzo prezioso, potente e di grande fattura. Un lavoro che come al solito mette al centro soprattutto quell’Agro Pontino, nel quale l’autore vive e che, come nessun altro, Pennacchi ha la capacità di raccontare nei suoi meandri più reconditi, nelle sue contraddizioni, nella sua genesi e nelle sue prospettive di crescita futura. Soprattutto ne emerge un quadro affascinante di Latina che, proprio negli anni Cinquanta, grazie alla “strada del mare” che la collega col Mediterraneo, diventa palcoscenico di avventure indimenticabili. Un romanzo attualissimo. Una storia che attinge al passato per spiegare l’oggi.