La strada di casa

La strada di casa

Jack Burdette fa il suo ingresso a Holt a bordo di una Cadillac rossa, una macchina pacchiana come lui, il cui rosso ricorda la ferita aperta che ha lasciato nel cuore degli abitanti della contea. Sono passati otto anni da quando è scomparso, da quando ha tradito la fiducia di tutti e ha abbandonato la moglie, Jessie, e i figli, TJ e Bobby. Ora è ingrassato parecchio, sembra sciatto, forse malato, ma nulla è cambiato, non per Ralph Bird che per primo lo riconosce e parte all’attacco, non per Bud Sealy, lo sceriffo, che gli mette le manette per un crimine caduto ormai in prescrizione, non per Wanda Jo Evans che l’ha amato fin dai tempi del liceo e in cambio ha ricevuto solo panni sporchi e un tradimento che l’ha portata lontano, fino a Pueblo, per farsi una nuova vita. Pat Arbuckle è il direttore dell’“Holt Mercury”, il giornale locale, e conosce Jack da sempre, fin dalla prima elementare, è lui che racconta come quel bambino sfrontato e imprevedibile, sempre troppo grosso per Holt, sia diventato un uomo ancora più sfrontato e imprevedibile. Pat ricorda la loro infanzia, l’incidente ferroviario, le scorribande dell’adolescenza, le birre, il college. La domanda rimane la stessa: come ha potuto?

Noi lettori italiani abbiamo conosciuto Haruf e ci siamo innamorati di lui e della sua Holt con Benedizione, il romanzo più maturo nonché il migliore che abbia mai scritto. Ora, a distanza di anni, completiamo il ciclo con questo La strada di casa, pubblicato negli Stati Uniti nel 1990 e arrivato fino a noi un trentennio più tardi grazie a NN Editore e a Fabio Cremonesi che in questi anni ha prestato il volto, oltre che la voce, allo scrittore americano che ci ha lasciati nel 2014. Bisogna dire che La strada di casa è un romanzo che sorprende per la sua unicità: innanzitutto perché è ricco di avvenimenti che si susseguono in una spirale dolorosa che crea attesa e - strano a dirsi parlando di Haruf - suspense fino a un finale, se non del tutto inaspettato, aperto e spiazzante; in secondo luogo, per lo stile che si colloca a metà tra Vincoli e La trilogia della pianura, ma è ancora abbastanza lontano dal minimalismo stringato di Le nostre anime di notte. Di Vincoli, e quindi di quel tipo di narrazione americana più classica, ritroviamo (oltre a Bud Sealy) la scelta di raccontare una vita intera e di farlo fare a un uomo di Holt, informato dei fatti e al tempo stesso invischiato in essi; i dialoghi, invece, punto forte della scrittura di Haruf, con la loro sobrietà ci proiettano già verso le opere successive. La tenerezza e la poetica del quotidiano sono gli elementi che più spesso siamo portati ad associare alle parole dello scrittore americano, eppure c’è un tema che sottilmente attraversa tutta la sua opera e che in questo caso è tematizzato: la giustizia, o meglio l’ingiustizia che porta Jack Burdette a tradire la fiducia dei suoi concittadini e conduce l’innocente Jessie a condannarsi da sola nel tentativo di risarcire la gente di Holt, quella stessa gente che in questo libro ci mostra un volto particolarmente duro. Haruf ci ha abituati a una comunità fatta di regole rigide e non scritte, in cui l’aiuto reciproco e la solidarietà vincono sulle resistenze e i pregiudizi della provincia solo finché certe linee non vengono oltrepassate. In questo caso la comunità si unisce nel desiderio di vendetta e si dimostra capace di meschinità e atti discriminatori, fino alla soglia della violenza. Tuttavia, c’è un personaggio che ha in sé l’impronta harufiana e holtiana, un personaggio capace di ispirare quella tenerezza che sentiamo mancare in La strada di casa. È una donna, ovviamente, che con la sua forza d’animo e la sua rettitudine, sembra portare sulle spalle il peso dei peccati del marito e dell’intera cittadina: Jessie Burdette non piange, siamo noi lettori a piangere per lei e ad ammirarla. “La gente di Holt pensava che a quel punto avrebbe pianto. Pensavano che sarebbe crollata. Immagino fosse quello che volevano. Ma lei non lo fece. Forse aveva oltrepassato il punto in cui le lacrime di un essere umano hanno un senso, difatti girò la testa, chiuse gli occhi e dopo un po’ si addormentò”. Con Jessie giungiamo alla fine del viaggio, non ci saranno altre donne dalla tempra morale harufiana, né altre vicende ambientate nella contea immaginaria del Colorado. È difficile processare il distacco, eppure, a costo di suonare retorica, penso che il distacco sia solo dalla parola scritta, non da Holt. Perché questo libro conferma ancora una volta che per i suoi lettori Holt è un luogo dell’anima e basterà chiudere gli occhi per vedere Main street, il bar, il ferramenta, la scuola elementare, la chiesa, la terra arida del deserto, le fattorie e la fiera della contea; basterà chiudere gli occhi per ritrovare i sorrisi gentili e le mani forti, callose e impacciate dei fratelli McPherson, la dolcezza struggente delle notti di Addie Moore e Louis Waters, la forza ostinata di Edith Goodnough, il dolore di Dad Lewis o il



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