La teoria dei paesi vuoti

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L’Italia è quel paese in cui gli stranieri cercano bellezza, grazie ai suoi siti archeologici, monumenti e città d’arte. La sua storia è evidente, alla luce del giorno, tutti possono vederla. Ma il nostro paese racconta il suo passato, forse quello più scellerato o tristemente famoso, anche attraverso le sue “città fantasma”, che non hanno nulla a che fare, o almeno non sempre, con i paesini western o i borghi arroccati da cui i giovani sono fuggiti per fare fortuna. Fantasma è Consonno, frazione di Olginate, nella provincia lombarda di Lecco. Qui dove un tempo c’erano abitanti fieri e contenti delle loro origini contadine, un ricco imprenditore milanese – di quelli che Dickens avrebbe scelto per un suo romanzo – decide di acquistare nel 1962 per poco più di ventidue milioni di lire la zona per trasformarla in una “città dei balocchi”, un luogo di divertimento che possa far impallidire Las Vegas. Le gru buttano giù stalle e spianano colline per permettere ai visitatori di vedere le montagne. Consonno diventa famosa per le sue luci e le sue attrattive, come quel minareto arabeggiante che fa bella mostra di sé ancora oggi, ma una frana nel 1976 fa sparire la sua via di accesso e adesso a frequentarla sono solo gli amanti dei “luoghi che non ci sono più”. Quanti sono ormai quelli che vanno in pellegrinaggio a Craco, un tempo città-fantasma della Basilicata, trasformata in tappa di tour che partono da Matera, altra città che per un periodo della sua esistenza ha visto presenze aggirarsi tra i suoi sassi. Incuria, speculazione, disastri ambientali: sono tanti i fattori che possono concorrere a far nascere un borgo e una città abbondati. A volte gli abitanti si spostano solo un po’ in là in attesa di una rinascita, come quelli de L’Aquila, che dopo anni nelle New Town di berlusconiana memoria sono stati ripagati con una parziale – e non ancora finita però - ricostruzione del loro centro storico…

Il viaggio che ci propone Mauro Daltin, con il suo linguaggio asciutto e la sua evidente passione per questi luoghi presenti spesso solo sulla carta e nell’immaginario collettivo, è molto affascinante. Questi avamposti sono “contraddizioni, opposti che si attraggono, leggende che si alimentano”. Lui stesso racconta di essere essersi formato nel Friuli colpito dalla forza della natura, da quando il sisma del 6 maggio 1976 ha fatto conoscere a tutti la potenza dell’Orcolat. Anche quel giorno si sono fermati gli orologi. Come dice giustamente in uno dei suoi primi capitoli, il nostro è un “paese pieno di orologi fermi”, indicatori di momenti indimenticabili a imperitura memoria. In ogni immagine, soprattutto nei telegiornali degli ultimi anni, ci sono sempre lancette bloccate su quel preciso istante in cui tutto è cambiato, circondate da rovine e polvere. Ovviamente, e ci tiene a sottolinearlo, “non è un esercizio di nostalgia. Tutt’altro”. E in effetti, scorrendo questo interessante libercolo dai mille spunti, si viene a contatto con mondi altri in cui la presenza umana sembra esistere solo per veloci passaggi o personali scatti fotografici. Non si può dimenticare che negli ultimi anni sembra nato un movimento di turisti appassionati di città-fantasma e borghi abbandonati. Basti pensare che nel 2016 più di quindicimila persone si sono recate a Craco per ammirare la sua “bellezza che scompare”.

 


 

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