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La terra che scompare

Kamchatka, Nord Est della Russia: due sorelline di undici e otto anni, le sorelle Golosovsky, che vivono con la sola mamma, una brava donna ma con loro un po’ distratta, decidono di andare a fare una passeggiata tra i ghiacci. Soprattutto la più grande è particolarmente sveglia e matura per la sua età; in molti frangenti si è trovata a fare, in pratica, da seconda madre per la sua sorellina. Quando lei è particolarmente tesa o di cattivo umore, come capita proprio in quel momento, lo stratagemma abituale della sorella per calmarla è raccontarle una leggenda tipica di quelle lande, che ha per protagonista una regione improvvisamente trovatasi sbalzata a vivere nell’acqua anziché sulla terra, con un preavviso quasi inesistente. Non si sa perché, forse per una certa familiarità con il vissuto degli abitanti della Kamchatka, questa leggenda ha sempre il potere di rilassare la sorella. Subito dopo il racconto, le due bambine vengono incrociate da un uomo claudicante, che dice di essersi fatto male seriamente e di aver bisogno di una guida, da parte loro, per trovare un luogo ove farsi medicare. Dopo un po’ di incertezza, la sorella maggiore decide di fidarsi e di salire in auto con l’uomo, assieme alla più piccola; ci mettono solo pochi minuti a capire che qualcosa non va e che costui non sta andando affatto al Pronto Soccorso né intende riportarle a casa loro, per cui intelligentemente la grande, pur avendo capito tutto, cerca di nuovo di tranquillizzare la piccola raccontando da capo la leggenda. Da quel momento non si hanno loro notizie per quasi un anno: vi è un’unica testimone che ha visto l’uomo con le bambine e riesce a fare una descrizione, purtroppo molto generica, dell’uomo e della sua automobile agli inquirenti, le cui indagini, però, sembrano sin da subito girare a vuoto…

Questa vicenda, ossia il fatto in sé, le indagini che ne scaturiscono, la presentazione dei personaggi direttamente coinvolti, fa pensare a un thriller: ma dopo le prime trenta pagine, l’opera evolve verso un consegno “a incastro” di storie drammatiche di donne, che hanno la sparizione delle sorelle Golosovsky come mero “trait d’union”, come sfondo comune di riferimento esterno, ma la parola-chiave che le accomuna, invece, dall’interno è “assenza”: ognuna di queste donne deve lottare contro qualcosa di profondo che manca alla propria esistenza. Tutte queste storie, sette in tutto, hanno sempre in. comune l’assenza di un elemento ritenuto da ciascuna di queste donne fondamentale nella propria vita, e la reazione, a volte malinconica e di ripiegamento nostalgico, a volte combattiva e battagliera, che costoro mostrano al fenomeno che le colpisce. Queste storie sono narrate in modo magistrale: pur trattandosi di eventi tutto sommato comune, la Phillips, pur all’esordio, riesce a trasferire sulle pagine in modo perfetto il loro substrato emotivo, traducendo in modo molto realistico e coinvolgente ogni sensazione in parole. Le pecche di questo romanzo si riscontrano invece nella scelta, nell’ultima parte, di “tornare” al giallo ma in modo frettoloso e poco credibile, laddove non ve n’era a quel punto alcuna necessità: meglio sarebbe stato far rimanere la sparizione delle sorelle Golosovsky il semplice anello indiretto di congiunzione tra le varie vicende, com’era stato sino a quel momento della narrazione. E nella connotazione sempre, immancabilmente e fortemente negativa che viene data a ogni singolo personaggio di sesso maschile che s’incontra lungo il libro: gli uomini sono tutti o prevaricatori ai limiti del criminale o personaggi distratti e assenti sul piano emotivo, con una caratterizzazione da comprimari negativi così stabilmente “tagliata con l’accetta” da diventare ben presto monotona, oltre che irrealistica. Per narrare la “condizione femminile”, espressione con cui si può in pratica riassumere la tematica predominante nell’intera opera, non v’era alcun bisogno di presentare i personaggi maschili come invariabili “macchiette”, utili solo per contrasto. Sono però peccati veniali, errori di ingenuità che non sminuiscono l’estrema qualità della scrittura della Phillips in questo romanzo, nel quale si avverte, quale protagonista aggiunto, il territorio gelido, deserto e inospitale della Kamchatka, denso di tradizioni arcaiche e di malcelato, atavico razzismo tra gli “indigeni” e i russi.

LEGGI L’INTERVISTA A JULIA PHILLIPS