La tua bellezza

La tua bellezza

Afaf si accomoda alla tavola imbandita di Kuakab. Un invito inaspettato ricevuto solo pochi minuti fa, per giunta da una ragazza che a malapena conosce. Solo un corso di inglese, seguito tanto tempo fa, e poi più nulla fino a quando non si sono rincontrate al gruppo di preghiera musulmana al quale Afaf è stata trascinata con forza da Baba. Dopo l’incidente, infatti, Baba ha trovato conforto nella fede e nonostante fossero sempre stati dei musulmani non praticanti, da qualche tempo in casa si rispettano tutti i precetti dell’Islam. Da quando Nada è scomparsa, niente è stato più come prima. Non che prima della fuga di sua sorella maggiore la sua famiglia potesse considerarsi felice, ma almeno aveva un equilibrio. Ora invece Baba beve e frequenta altre donne mentre Mama si è chiusa in un guscio di dolore nel quale non fa entrare nessuno: “si è ripiegata in se stessa, nutrendo il dolore che la svuotava, convinta di soffrire più degli altri”. Per lei sono diventati tutti colpevoli – nessuno escluso – di quell’abbandono dell’unica figlia amata: quel marito che l’ha costretta a trasferirsi in America; quei due figli che non ha mai amato come Nada; quella solitudine che conosce solo lei e che non le permette di rendersi conto che anche Afaf soffre del suo stesso dolore. “È così dunque che dovrebbe essere una famiglia normale”, pensa mentre assiste e si lascia travolgere dal flusso delle informazioni scambiate a tavola; a casa sua già è tanto se si mangia insieme allo stesso tavolo, figurarsi raccontare la propria giornata...

“Non è mai troppo tardi. Ogni giorno può essere migliore. Non c’è limite. Non c’è fine. Devi solo crederci, Afaf”. Ispirato all’omicidio di tre arabi americani avvenuto l’11 febbraio del 2015 a Chapel Hill, North Caroline, il nuovo romanzo di Sahar Mustafah è una narrazione corale che attraversa il dolore, la scoperta della fede e delle tradizioni fino ad arrivare alla comprensione del valore più autentico, quello della comunità e famiglia. A narrare la storia è Afaf Rahman, giovane direttrice di una scuola femminile nella periferia di Chicago che, da un momento all’altro, si trova a dover fronteggiare un uomo bianco armato di fucile. Quindici saranno le ragazze che perderanno la vita, nel mentre una narrazione che – scandita dagli eventi centrali nella vita di Afaf – racconta la storia di questa ragazza figlia di immigrati palestinesi in America. Una narrazione intrisa di dolore e di abbandono ma anche di grande speranza: quella fornita dalla fede e della volontà di non lasciarsi travolgere dai pregiudizi. A dare consistenza, i colori, i profumi e i suoni della cultura araba di cui le pagine sono intrise: dai cibi tradizionali come il babaganoush e falafel passando per l’odore di cardamomo che arricchisce il caffè arabo, passando per le preghiere scandite dal richiamo del Muezzin. Un libro che risulterà familiare a chi il mondo arabo lo conosce, mentre chi si avvicina a questa bellissima cultura avrà la sensazione di affacciarsi a una finestra dalla quale guardare per la prima volta tutto quello di cui fino ad ora ha solo conosciuto per “sentito dire”. Una scelta non casuale quella di non dare un nome all’attentatore: un modo per sottolineare come i pregiudizi non abbiano volto, ma non per questo siano meno pericolosi. Anzi, proprio la non identificabilità li rende più pericolosi.



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