La vendetta di Oreste

Da quando ha raggiunto il traguardo della pensione, l’anziano geometra Oreste Zarotti conduce una vita del tutto ritirata negli angusti confini del quartiere Giuliano-Dalmata, in cui ha preso dimora dopo la fuga dall’Istria al termine del secondo conflitto mondiale. A causa del progressivo abbassamento della vista, ha diradato le proprie frequentazioni e rinunciato definitivamente ad utilizzare l’auto. Insieme con la moglie si è convertito ad un rito sedentario e appartato. Ma quella sera, nonostante fosse ormai ora di cena, Nina non è rincasata e il suo cellulare vibra invano in camera. La povera donna giace in un letto dell’ospedale Sant’Eugenio, dove è stata ricoverata e operata al femore in seguito ad un’improvvida caduta. Per fortuna ricorda a memoria il numero telefonico del figlio. Marco, dopo essere passato a sincerarsi sulle condizioni della madre, si è recato dal padre per tranquillizzarlo. Ma nel corso della notte anche Oreste cade accidentalmente dal letto e viene condotto d’urgenza al pronto soccorso. Prima di entrare in sala operatoria l’uomo riesce solo a dire al figlio di dover parlare al più presto con il commissario Ponzetti, che è amico di famiglia. Ma non si riprende più e se va all’altro mondo covando il suo segreto. Dieci anni dopo, morta anche Nina, Marco rinviene all’interno di un ripostiglio segreto del padre una pistola di età bellica ma con ancora sette colpi in canna e una lettera di una donna, presumibilmente indirizzata al padre, anche se inizia con un: “Carissimo Ulisse”…

La vendetta di Oreste è un emblematico esempio di come possano essere rivisitate le radici storiche, anche utilizzando gli strumenti e le dimensioni di un romanzo noir. A farle rivivere, con una scrittura affascinante e coinvolgente, è in questo bel libro Giovanni Ricciardi, romanziere, giornalista e docente di materie classiche in un liceo romano. Certo la nuova inchiesta del commissario Ponzetti la si legge soprattutto per l’intreccio e gli enigmi che tracciano, attorno alla figura del protagonista, il disegno di una trama intrigante. Ma anche per la qualità sinuosa e avvolgente di una narrazione, capace di rievocare i contorni culturali e umani della stagione dell’esodo istriano seguito al termine della Seconda Guerra Mondiale. Di dipingere sotto i nostri occhi un affresco che è intriso di silenzi irrequieti e attese cariche di apprensione, di ricordi struggenti e situazioni ambigue, di personaggi e luoghi le cui vicende s’ intersecano e si sovrappongono l’una all’altra, costruendo ovunque l’atmosfera sospesa di un paesaggio storico struggente. La narrazione fluisce elegante e scorrevole, pur integrata qua e là da dotte citazioni, nella tormentata ricerca di una verità non difficile da intuire, ma pur sempre dolorosa da ricostruire. Ne viene fuori un noir niente affatto secco e fulmineo, ma scritto con umana delicatezza e profondità storica, offrendo al lettore un affresco vivido e graffiante di un ambiente e di un tempo segnati da una ferita non ancora rimarginata. Il romanzo, mescolando con felice dosaggio giallo e storia, risulta godibilissimo e convincente sia nella costruzione dell’impianto investigativo, che nel caratterizzare ruolo e azione dei personaggi, tenendo avvinta la tensione del lettore fino all’ultima pagina.

 


 

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