La vera storia di Ah Q

Ah Q vive nel Tempio del nume Tutelare di Weichuang. Non ha famiglia e nemmeno un lavoro stabile. Si limita a svolgere svariate mansioni per chi glielo chiede: miete il grano, conduce barche, macina il riso. Se il lavoro è lungo si trasferisce a casa del padrone, ma, non appena finito, ritorna al Tempio. Ah Q ha un’alta considerazione di sé e mostra poca deferenza verso i notabili del paese, come il signor Chao e il signor Chien. Si considera un uomo di mondo per essere stato qualche volta in città e questo lo rende arrogante. Ha diversi difetti fisici, ma quello che più lo turba sono le lucide macchie lasciate dalla tigna sul cuoio capelluto. Se qualche fannullone per dileggio pronuncia le parole tigna, lucido o luce lui non perde tempo, fa partire la rissa e di solito ha la peggio. Il suo codino è strattonato, il volto sbattuto al muro, ma Ah Q si alza e se ne va sicuro di aver vinto lo scontro. La sera della Festa degli Dèi di Weichuang, nel villaggio viene messo in scena uno spettacolo e accanto al palco ci sono molti tavoli da gioco. Ah Q, che ha orecchi solo per la cantilena del biscazziere, gioca e vince parecchio. Le monete di rame si trasformano in monete d’argento, le monete d’argento in dollari, e i mucchi di denaro si fanno via via più alti. Inizia una rissa non si sa per quale motivo: minacce, pugni, calci grandinano su di lui. Quando finalmente riesce a rialzarsi i tavoli da gioco sono scomparsi insieme ai giocatori. Dolorante e stordito torna al Tempio, con la sensazione di dimenticare qualcosa di importante: “Certo!”, i suoi dollari sono scomparsi, insieme ai colpevoli del furto. Non può accettare questa sconfitta, solleva la mano destra e si dà due schiaffi sul volto e subito si sente più leggero, come se avesse appena picchiato qualcuno che non era lui e si corica soddisfatto per la vittoria ottenuta…

Il breve romanzo di Lu Xun, scritto nel 1921, è una metafora della transizione che portò la Cina da Impero a Repubblica. Il racconto è diviso in nove capitoli che narrano la tragicomica parabola della vita di Ah Q. Si tratta di una novella abbastanza lunga, nella quale prevale un tono satirico, il cui bersaglio sono gli eterni vizi della società tradizionale cinese. Questa è basata sulla rigida divisione in classi, sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ma anche su convinzioni culturali ataviche e sulla paura, piuttosto che sulla collaborazione e la fiducia reciproca. Lu Xun è uno scrittore militante che spera in un miglioramento delle condizioni di vita del suo popolo, schiacciato dai soprusi della corrotta classe dei governanti. La novità di questo racconto è che parla di gente comune, cosa ancora inusitata nel panorama culturale dell’epoca. Ah Q fa una vita grama e solitaria, si arrabatta, inventa e imbroglia. Cerca in tutti i modi di adeguarsi ai cambiamenti dettati dalla rivoluzione, tagliandosi per primo il codino, sperando che questo lo affranchi dalla sua umile condizione. Accusato di furto non gli rimane che chinare il capo alla legge, sempre appannaggio degli stessi potenti, le famiglie Chao e Chien. Sembra un racconto didascalico a cui manca il lieto fine e che si legge velocemente, un po’ sottovalutandolo. A Lu Xun, però, si deve la nascita della lingua cinese moderna.

 


 

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