La vita bugiarda degli adulti

La vita bugiarda degli adulti
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Napoli, Rione Alto, primi anni Novanta. Giovanna ha 12 anni. La porta della sua camera, solitamente chiusa, quella sera di febbraio è aperta, e lascia entrare nel suo mondo alcune parole che il padre sta dicendo: “L’adolescenza non c’entra. Sta facendo la faccia di Vittoria”. Una frase che potrebbe anche cadere lì senza portarsi dietro tutto. Se non fosse che la faccia di Vittoria, secondo suo padre, la sta facendo lei, e che Vittoria, sua zia, è sempre stata descritta come “una donna nella quale combaciavano alla perfezione la bruttezza e la malvagità”, “un essere mostruoso che macchia e infetta chiunque sfiori”. Le certezze di Giovanna, soprattutto quella per cui suo padre adorava assolutamente tutto di lei, scivolano via. Scivola via Giovanna stessa, alla ricerca di una conferma o di una smentita: “Secondo voi sto diventando brutta?” chiede alle amiche, si scruta allo specchio, si confida con la madre. Ma sa che l’unica risposta alla sua domanda potrà arrivare solo quando guarderà con i suoi stessi occhi quella faccia. Per farlo deve avere il permesso del padre, uscire dal Vomero, addentrarsi nella zona industriale, entrare in contatto con un’altra Napoli, quella da cui suo padre, benché nato lì, ha sempre tentato di tenerla lontana, ma che ora preme per tornare a prendersi qualcosa di suo. “Uscii dall’auto, entrai nel portone. C’era un odore forte di spazzatura misto al profumo di sughi domenicali (…) Contai i piani, al terzo mi fermai, c’erano tre porte (…). Vittoria mi sembrò di una bellezza così insopportabile che considerarla brutta diventava una necessità”…

No, in questo accenno di trama non c’è nessuno spunto risolutivo del nuovo romanzo della Ferrante, state tranquilli. Siamo solo a pagina 44. Dentro questo romanzo c’è, di nuovo, un universo femminile in via di definizione e un mondo adulto incapace di ammettere di aver sbagliato. Persone incontrovertibilmente convinte di essere dalla parte del giusto, di aver agito secondo il bene, e per questo (fatalmente) bugiarde. Il paragone con i precedenti romanzi di Elena Ferrante si prende molto spazio durante la lettura: lì quarant’anni di Italia dal dopoguerra agli anni Ottanta, qui il decennio appena successivo. Lì il punto di partenza del rione popolare e maligno, qui il movimento inverso. Lì due bambine che nascono uguali per poi percorrere strade differenti, qui una bambina e una donna che nascono diverse per poi ritrovarsi nello stesso posto. Il movimento però è tutto fuorché lineare. Giovanna è un personaggio ambiguo, contorto, ambizioso, feroce nella sua sfrontatezza, che spiazza il lettore (e se stessa) tornando indietro su percorsi che scommettevamo avesse abbandonato, è un personaggio narrativamente maleducato, che non fa e dice mai quello che ti aspetti che dica e faccia. La dicotomia e le dinamiche tra alto e basso, tra classi sociali differenti, tra chi vuole restar dentro e chi vuole scappare fuori sono sempre sulla punta della penna della scrittrice: è il suo mondo, è quello che sa raccontare, vogliamo forse che Elena Ferrante smetta di fare quello che sa fare così bene? Ma, a differenza de L’amica geniale, dove una possibilità di affrancamento c’era, ed era rappresentato dall’istruzione, questa volta non esiste una stella polare, nessun personaggio è integro e tutti sembrano aver fallito. La presa emotiva dei romanzi della Ferrante è infallibile: il tempo di chiudere il libro e alla porta sta già bussando il fantasma di Giovanna sedicenne, la voglia di sapere cosa conterrà il saggio sulla Compunzione scritto da Roberto, il desiderio di seguire la storia di un braccialetto che si porta dietro una quantità di significati simbolici tali da farlo diventare un talismano. Apriamo quella porta e accettiamo il dato di fatto: Elena Ferrante è tornata, e questa volta ci vuole stanare dai nostri posti sicuri, dalle nostre certezze di adulti, per mostrarci la vita per quella che è, e non per come ce la siamo voluta raccontare.



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