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La vita che hai sognato

La vita che hai sognato

Con il condizionatore in panne, all’Hospital de Clinicas tutti stanno boccheggiando, dalle infermiere ai pazienti. Eppure c’è chi, nonostante tutto, sta tremando, ma di paura! È un infermiere che sta affrontando il suo primo parto con la levatrice Beatriz che lo molla per andare a prendere qualcosa da mangiare per una neomamma. La partoriente di cui deve occuparsi ha già avuto tre figli e questo viene sbandierato come se fosse la garanzia necessaria e sufficiente affinché tutto filerà liscio. In realtà non è così, perché la situazione che trova nella “Stanza 2” non è affatto facile: una donna è inginocchiata sul pavimento, piegata dalle doglie, il marito si raccomanda di darle qualche medicina che possa alleviare il dolore e sullo sfondo una coppia, vestita con abiti costosi, è immobile vicino alla finestra. Lei tiene sottobraccio il marito e si offre di mandarlo a prendere qualsiasi cosa, se questa servirà al parto. Il neo-infermiere dentro di sé fa una serie di ipotesi sulla coppia, anche se rifiuta l’idea che possano essere i nonni, visto che sono troppo giovani, ma la creatura che deve nascere ha la priorità. Una visita sommaria alla partoriente rivela che la dilatazione dell’utero è completa, il travaglio è in stato avanzato, ma non sente la testa del nascituro. Con un’intuizione geniale afferra uno strumento a forma di uncinetto e traccia una piccola incisione, liberando il liquido amniotico così che finalmente la bambina possa venire al mondo. La nascita rivela che la coppia è lì per prendere la neonata, come da accordi con il papà biologico. Ma la mamma non ne vuole sapere!

Non ci sono dubbi: Jojo Moyes è una bella penna, non solo perché sa scrivere bene, da brava ex giornalista del quotidiano inglese “The Indipendent”, ma perché le sue storie hanno sempre una sorta di unicità e di particolari praticamente inediti, anche se... quanta tristezza c’è sempre in ognuna! Ci sono ovunque personaggi che comunque soffrono, pur se nel rispetto delle scelte e della felicità di altre persone e sono anche capaci di grandi sacrifici. Ecco, questo è forse un difetto, probabilmente l’unico, che le si può attribuire, perché come era successo con Io prima di te (diventato un film di successo) e il seguito Io dopo di te, c’è sempre qualche testardo/a tra i suoi protagonisti che non cambia idea nemmeno di fronte all’evidenza e ti viene la voglia di sbattergli la testa contro il muro, per vedere se è davvero così di legno come viene descritto/a. Non è esente da questo meccanismo anche questo libro, dove si ha spesso la voglia di commentare: “Ma cresci!”, oppure “Ma cacciala via” spesso (quasi sempre!) in riferimento ai comportamenti della bellissima Athene Forster (anche se non è l’unica), superficiale ed egoista eroina di una parte del romanzo, la cui influenza, però, è trasversalmente presente anche nelle vicende della tormentata figlia. Una cosa è però vera: rispetto a tutti gli altri romanzi della scrittrice inglese questo risulta essere piuttosto ostico al lettore, meno immediato del solito. È quasi difficile, come se rifiutasse di farti entrare nei meccanismi della storia, permettendoti di farti coinvolgere dalle vicende, dai personaggi. Ed è quasi incredibile per chi è abituato a leggere la narrativa di Jojo Moyes!