La voce degli uomini freddi

La voce degli uomini freddi
Una comunità di uomini abita da tempo immemore un paese coperto dalla neve. Si trovano in una valle remota, dove neanche l’estate riesce a scalfire quel manto spugnoso di gelo. Quando la neve arriva, gli abitanti la annunciano ai loro simili come fosse uno di famiglia. Occasionali  visitatori a volte portano loro notizie e pensieri del resto del mondo. Quegli uomini freddi hanno imparato a vivere prendendo esempio dalle api: stare sempre insieme, difendere la comunità, lavorare in gruppo per custodire quell’alveare sospeso fra il gelo dei monti. Pur non ignorandole, vivono senza aggrapparsi alle cose terrene, avendo il silenzio operoso come indivisibile compagno. Sulle loro vite imbiancate incombono inesorabilmente le valanghe, ma la festa del miele è sempre lì ad addolcire gli animi, fra divertenti scaramucce amorose e canti nostalgici. Mentre qualcuno allevato a bottega con le durezze dell’artigianato decide di andar via in cerca di fortuna il 2 giugno 1666 verso le città “fumanti”, così diverse e così decisive nel futuro che sarebbe diventato presente, qualcuno si azzuffa per contendersi  l’attenzione e l’amore della giunonica Conteona, che intanto…
Mauro Corona con quest’ultimo libro dimostra di non tradire se stesso e i suoi affezionati lettori. Si possono ritrovare tutti gli ingredienti della sua letteratura dal sapore sottilmente animistico e comunque traboccante di stupore nei confronti del cosmo. Tuttavia, questo scrittore dedito alla scultura in legno è capace anche di superarsi, perché in realtà  le sue pagine sono un romanzo fiabesco, con una evidente impronta allegorica, ma senza quella stucchevolezza didascalica che affetta la letteratura di tal genere. Corona sussurra al lettore un’allusione penetrante, non evocando il potere degli odori bensì quello etereo delle voci di uomini che non ci sono più, testimoni di un’umanità schiacciata dal potere devastante della Natura che non avvisa quando deflagra. Una prova di maturità letteraria, perché porta a compimento la poetica che aveva segnato opere come La fine del mondo storto, con una lingua che spiazza per il suo registro ordinario e che appare tanto più preziosa quanto più fa risaltare senza fronzoli la verità di ciò che racconta: l’inevitabile incombenza della natura sui fatti umani e il senso devozionale di dipendenza che  uomini genuini dimostrano di nutrire verso tale madre onnipotente. Un’allusione  sussurrata alla tragedia del Vajont, ma senza i toni scomposti dell’invettiva, della polemica storicizzata, piuttosto redatta con la sensibilità del cercatore di echi lontani senza tempo.

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