La voce del fuoco

Autore: 
Editore: 
Articolo di: 

4000 a. C.: sua madre ormai è morta, non c’è più nessuno a proteggerlo e il suo branco non ne vuol più sapere di lui, lo considera praticamente un peso (“la gente di me non vuole di me”, “io è come cacca”) e anzi lo hanno accusato di averla fatta morire lui sua madre, per la fatica fatta dalla donna per anni a cercare cibo anche per quel figlio incapace. Rimasto solo, il ragazzo vaga alla vana ricerca di cibo, si ripara dalla pioggia in buie caverne e sogna. Si avvicina ad un villaggio in cerca di cibo ma viene scacciato a sassate, poi giunto sulla riva di un fiume si imbatte in un insediamento di gente che sembra molto più organizzata del branco nomade in cui è nato e cresciuto: hanno recinti di muri in cui sono rinchiuse mandrie di uri (“tanti più uri di quanti gente di me vede da tempo di ghiaccio a tempo di ghiaccio”), maiali e galline, case con tetti a punta. Mentre costeggia il fiume, il ragazzo cade rovinosamente e si ferisce gravemente. Lo raccolgono uno sciamano e una strana, attraente ragazza… 2500 a.C.: lei dice di chiamarsi Usin. Deve risalire il fiume e andare a Ponte-di-Valle, “un posto che sta dopo i Grandi Boschi del Norte, là dove la terra ha il suo limite e dove il gelido mare grigio ha inizio” perché suo padre Olun – che è l’indovino di quel remoto villaggio – sta morendo e ha mandato a dire che la vuole conoscere, non l’ha mai vista. La ragazza però ha paura di fare quel viaggio da sola e chiede a un’altra ragazza se vuole fare la strada assieme a lei. Attratta dalla collana di perline blu che Usin porta al collo, quella acconsente. Dopo aver fatto una parte del cammino insieme e dopo aver carpito da Usin più informazioni possibile, la sua compagna di viaggio strangola la ragazza e ne getta il cadavere nel fiume, non prima di averle rubato la collana. L’assassina prosegue verso Ponte-di-Valle, determinata a far finta di essere Usin e a ricevere l’eredità del padre morente… 290 d. C.: Caio Sesto è un ispettore del Tesoro di Roma inviato da due mesi in una località sperduta della Britannia per indagare su un traffico di monete imperiali false. Si trova malissimo, persino Londinium ora gli pare un paradiso a confronto: gli abitanti sono ostili, lerci e volgari, le donne puzzano e sono grasse e lui a vedere tanta barbarie è preso dall’angoscia (“Se Roma dovesse cadere, tutto il mondo diventerebbe così. Tutto”). È convinto in compenso di aver fiutato una buona pista nella caccia ai falsari. La chiave secondo lui sta in una strana storia raccontatagli da un villico locale, uno dei pochi che “non ha fatto finta di non capire la mia lingua, né ha sputato per terra per poi voltarmi le spalle, come fanno i suoi compatrioti”. Vicino alla cittadina c’è un colle dove sorgono i resti di un villaggio antico, coperto da erbacce da secoli: ci sono gli spettri lassù, lo sanno tutti, infatti in alcune notti si scorgono misteriose luci in movimento. Ma secondo Caio Sesto non si tratta affatto di spettri…

Questo è il primo romanzo di Alan Moore, datato 1996. Ma parlare di esordio è ovviamente improprio, ingeneroso e soprattutto insensato nel caso di uno sceneggiatore non solo attivo già da vent’anni prima di aver pubblicato La voce del fuoco, ma da dieci autore di alcuni dei fumetti più rivoluzionari della storia, come Swamp thing, Marvelmen/Miraclemen, V per Vendetta, Watchmen, From hell e altri. La trama segue dodici personaggi (tra i quali lo stesso Moore, nel bizzarro e metaletterario capitolo finale) dalla Preistoria agli anni Novanta, accomunati dal vivere nella stessa zona dell’Inghilterra, quella che oggi è Northampton, cittadina natale dello scrittore. Anzi, malgrado si viaggi lungo un arco temporale di circa 6000 anni, non ci si muove che di qualche miglio attorno al luogo in cui sorge la casa di Moore. Nelle storie si parla soprattutto di violenza, pazzia, morte, mutilazione rituale, tradimento, perversioni, complotti esoterici: in una parola, di magia, cioè di un arcano genius loci legato alla memoria, al territorio, al respiro della terra e dei luoghi in cui si vive e si muore. In una intervista del 2002, Moore spiegava a Omar Martini: “Se consideriamo il Tempo come una quarta dimensione, allora perché la nostra esistenza come individui abbia un minimo di senso, dobbiamo sapere da dove provengono le nostre vite e come siamo giunti fino a quel punto, in termini personali, culturali e come nazione. Dobbiamo ripercorrere l’intera Storia all’indietro fino al Paleolitico”. E infatti lo scrittore in queste pagine difficilmente dimenticabili percorre quelle che nella dedica in esergo ai genitori Sylve ed Ern definisce “strade fossili, un giacimento nel cuore”. Tra i capitoli meglio riusciti, il primo – con il suo linguaggio impressionista e arcano (“Io apre bocca per fa rumore di tanto male, per dice che fuoco passa in mezzo a me, e io in-alza e in-alza ancora e c’è tanta sabbia di luce in sotto a cielo nero nero”) e il secondo – forse il più importante per capire il senso del libro; ma anche quello sui Templari e quello – malevolo e inquietantissimo – sull’anziano giudice del Seicento e le sue turpi voglie. Storie di vite lontane, che messe l’una di seguito all’altra acquistano un senso nuovo e sorprendente, appaiono legate tra loro da un filo comune che non è soltanto geografico o genetico. Come ha scritto Igort nell’editoriale di un numero speciale di “Linus” dedicato proprio allo scrittore e sceneggiatore britannico, la voce di Alan Moore “risuona come quella di un muezzin lontano, che canta dalla pallida Albione. Rimbalza attraverso le nuove mitologie, travestita da serie tv o da film” e ci insegna a riconsiderare, a considerare qualsiasi cosa una seconda volta: “Questa la sua forza. Questo il suo credo. Guardare una seconda volta quel che credi di aver già visto e già compreso, per poi renderti conto che, in effetti, non avevi compreso proprio nulla”.



1

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER