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Lanzarote

Lanzarote

Dicembre 1999. Terrorizzato e disgustato dalla prospettiva dei festeggiamenti per il Capodanno del nuovo millennio, Michel si reca in una agenzia di viaggi in Avenue Félix-Faure dove grazie alla faticosa consulenza di una impiegata brunetta con camiciola etnica e piercing alla narice prenota un viaggio a Lanzarote, l’isola più a nord dell’arcipelago delle Canarie: partenza il 9 gennaio. Dopo aver passato l’ultimo dell’anno a tentare invano di connettersi a internet fino alle 23, ora in cui è andato a letto, e archiviato qualche altro giorno di ozio, lo scrittore finalmente parte per questa remota località, del tutto inadatta sia a chi cerca vacanze mondane, sia a chi cerca vacanze “verdi”, sia a chi ama il turismo culturale. Un paesaggio brullo e lunare martellato dal sole dove crescono poche sparute piante e cactus, gli edifici storici tutti rasi al suolo da devastanti terremoti nel 1730 e 1732, pochissimi locali infestati da norvegesi (non si sa perché) e pensionati anglosassoni. Lanzarote sembra essere perfetta solo per i poeti ermetici francesi, che troverebbero senz’altro ispirazione per i loro versi noiosissimi. Sul minibus che porta il suo gruppo in giro per l’isola Michel fa la conoscenza di Rudi, un baffuto poliziotto belga infelice e timido, e di una coppia di mature lesbiche tedesche, Pam e Barbara…

Il breve diario di viaggio di Michel Houellebecq, corredato da un bel numero di foto a colori su carta patinata tutte molto simili tra loro che immagino siano state la felicità dell’editore, curiosamente (o forse no) riassume molti temi ricorrenti nei libri dello scrittore francese. È il racconto di una vacanza ma non è una vacanza, insomma, dal peculiare ibrido tra fiction e pamphlet a cui Houellebecq ci ha abituato, o per meglio dire assuefatto. Acida misantropia, giudizi sferzanti sui suoi compatrioti, sesso estremo ed estremamente stanco, la fascinazione per i temi delle biotecnologie di frontiera e delle sette religiose. Acrobata e apostolo della solitudine, Michel va a cercarne ancora di più in una località turistica di nicchia, salvo poi cercare la compagnia di uomini e donne a cui abbarbicarsi – in senso anche letterale, carnale. Ma ovviamente per infine irriderli, disprezzare la loro umanità come prima di tutto disprezza (e al contempo adora) la propria. Uno stronzo decadente, disfatto, affascinante e disperato. Il solito Houellebecq, ma in versione “alpitour”.