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Later

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Jamie Corklin ha ventidue anni e una storia da raccontare. Ma non una storia come le altre, bensì una storia dell’orrore, o almeno così sembra. Sin da bambino infatti Jamie possiede un particolare dono: vede i morti. Ma non in un modo inquietante come in quel film con Bruce Willis, piuttosto li vede come persone normali, catturate nel momento esatto del trapasso. A seconda del tipo di morte l’esperienza più essere più o meno raccapricciante, ma in generale i morti si comportano esattamente come i vivi. Con una grande differenza. Sembra che siano obbligati a rispondere alle domande e a dire sempre la verità. Jamie se ne è accorto quando è morta Mona Burkett, la moglie dell’anziano Professor Burkett, il suo vicino di casa. Le ha chiesto dove avesse nascosto i gioielli che il marito non riusciva a trovare e la risposta si è rivelata corretta. Poi le ha anche detto che il suo disegno raffigurante un tacchino e preparato appositamente per far contenta mamma Tia nel Giorno del Ringraziamento faceva schifo, ma questa è un’altra storia. Il primo approccio con questa strana facoltà c’è stato qualche tempo prima, a Central Park, dove il cadavere di un ciclista investito si è presentato agli occhi del bambino terrorizzandolo inavvertitamente. Da lì in poi la situazione è diventata chiara anche alla comprensibilmente scettica madre, un’agente letteraria sempre affaccendata alla ricerca di nuove galline dalle uova d’oro con cui ripianare i debiti di quell’imbecille di zio Harry, che poco prima del crack finanziario del 2008 è caduto in una truffa a schema Ponzi e poi è scivolato rapidamente verso una forma precoce di Alzheimer. Tia ha anche una compagna, una poliziotta di nome Liz che non se la passa troppo bene al Dipartimento ma, in questa epoca dove tutto è precario e instabile, bisogna pur fare di necessità virtù e prendere le cose come vengono...

Il 2 marzo 2021, in contemporanea con gli Stati Uniti, è uscito anche in Italia Later, l’ultima fatica dell’ultraprolifico Stephen King. L’autore originario del Maine, maestro del brivido e ormai sdoganato come “Grande” della Letteratura anche dalla critica più snob è sempre più un fiume in piena, con ritmi di pubblicazione davvero incredibili e, nonostante qualche (comprensibile) passaggio a vuoto, riesce quasi sempre a portare a casa il risultato, tra colpi di genio (ultimamente non molti) e mestiere (tanto). Questo romanzo è una ghost story dall’impianto solido, obliqua nella garbata satira al mondo dell’editoria e densamente popolata di riferimenti e citazioni. Tali riferimenti e citazioni non riguardano però tanto il mondo artistico tout-court (giusto qualche accenno a Dracula e al film Il sesto senso) ma sono autocitazioni e celebrazioni dello stesso, sterminato pantheon kinghiano: Shining, Doctor Sleep, Pet Sematary, Desperation, la trilogia di Mr. Mercedes, La scatola dei bottoni di Gwendy, L’incendiaria, Dolores Claiborne, La zona morta, Il corpo e It sono solo alcuni fra i riferimenti più o meno diretti che popolano questo buon prodotto di intrattenimento, scritto da King con un piglio più agile del solito e con uno stile asciutto e in prima persona che richiama certi vecchi lavori scritti con lo pseudonimo di Richard Bachman. L’occhio del Re segue le vicende del protagonista Jamie Corklin dalla giovinezza sino all’età adulta, raccontando del suo dono speciale (poter entrare in contatto con le persone appena morte) e di come questo dono sia stato diverse volte vicino a trasformarsi in una maledizione. A differenza di altri romanzi di King, qui i personaggi sono pochi – Jamie, la madre Tia e la sua ambigua compagna Liz, l’anziano signor Burkett e il killer Ken Therriault – e la trama passa necessariamente attraverso lo sguardo ora bambino, ora adulto del narratore. Le dinamiche familiari, il rapporto con l’aldilà e la dirompente responsabilità dei segreti sono i temi principali del romanzo e, con grande mestiere, vengono sapientemente sviscerati. L’autore, novello Dottor Frankenstein – tra una citazione e l’altra, ci sta! – si diverte a ibridare l’horror con il poliziesco ma con risultati decisamente più incoraggianti rispetto alla trilogia di Mr. Mercedes e a The Outsider partorendo un libro divertente, lucido e compatto dalla prima all’ultima pagina.