Le 50 giornate di Milano

Le 50 giornate di Milano

Il milanese è preciso nelle sue cose: segue le regole non tanto per senso civico, quanto per non avere sensi di colpa. Enrico, proprio da buon milanese quale ritiene di essere, gira con il giubbotto dei pescatori, che ha ben ventiquattro tasche esterne e dodici interne, ognuna con un disinfettante diverso, pronto per l’uso. Quelle stesse boccette, piene di gel o liquido antibatterico, che fino a metà febbraio non acquistava nessuno, che rimanevano invendute e spesso ammassate sugli scaffali, non appena sopraggiunge l’allerta virus diventano merce preziosa e appetibile. Tutto cambia nell’arco di mezza giornata o poco più. L’uomo è felice di aver fatto scorta, ma si rende conto, poco dopo, che forse non ha preso il giusto disinfettante. Legge da qualche parte, che per poter essere davvero efficace, un antibatterico deve avere minimo il 60% di alcol e lui è uno che crede a tutto quello che legge: se lo hanno detto in TV sarà sicuramente vero, se lo hanno scritto sui social allora è proprio così e non ci piove. Torna in farmacia Enrico, perché deve acquistare un disinfettante molto più potente di quelli che sono già in suo possesso. Il farmacista, un po’ dispiaciuto e un po’ sornione, gli dice che purtroppo è tutto finito. Di fronte all’incredulità del suo cliente, spiega come la gente sembra essere praticamente impazzita. Acquista quantità esagerate di disinfettante, credendo a tutto quello che dicono in televisione. Sorride il farmacista e sorride anche la signora anziana che gli è accanto: cosa ci sarà poi da ridere? E le mascherine? Anche quelle sono terminate e alla farmacia costerebbe davvero tanto acquistarle, da dover poi imporre un prezzo talmente alto da non riuscire a rivenderle. Durante i primi giorni di allerta, Enrico cerca di capire cosa fare, come procedere e soprattutto tenta di mettere a punto il fatidico piano B. Arriva a cercare il disinfettante su e-Bay, per poi scoprire che costa ben 100 euro. E se si lavasse le mani con la grappa? Almeno avrebbe tenuto alto l’umore. Allora corre al supermercato, sperando di trovare la tanto agognata bottiglia, ma anche lì legge un bel “tutto esaurito”. A quel punto gli viene in mente che non ha fatto il pieno di benzina per l’auto. Ha davvero voglia di farlo? Effettivamente chi è in possesso di un’automobile può godere dei primi effetti positivi dell’emergenza. Si risparmia sul “servito” del benzinaio, che adesso ti guarda da dietro ai doppi vetri progettati per evitare il contagio, come se fossero le protezioni della papa-mobile. Lavare la macchina non è più necessario: del resto se devi restare in casa, a cosa ti serve lavare l’auto? Alla fine corri il rischio di essere scambiato per uno che se ne va a passeggio e di conseguenza essere segnalato alle autorità competenti. Peccato che questa concezione evidenzi una problematica culturale. Per il milanese lavare l’auto è un rito e un ottimo modo per far piovere in giornata, se serve. Poi una volta lavata, il milanese la mette nel box, con il suo bel pieno di benzina, pronta per essere usata alla prima occasione, che chissà quando arriverà e se mai arriverà. Parliamo adesso della chiusura delle scuole: il governo impone di serrare tutto e questo diventa davvero un dramma per il milanese, che vede spesso l’istituto scolastico come un posto dove poter parcheggiare i figli. Questo è il motivo per cui, dopo le ore trascorse a scuola, i ragazzi devono per forza di cose svolgere un’attività creativa o sportiva. Il lucchetto posto alle palestre e alle scuole di danza rinchiude definitivamente i bimbi in casa, incapaci ormai di bruciare alcuna caloria. Prima fase della serrata: scuole chiuse, locali chiusi, nozze rinviate...

Una maniera per sdrammatizzare e un libro in cui scrivere quello che di comico c’è nella nostra vita, questo Le 50 giornate di Milano di Enrico Bertolino. La narrazione semiseria di un’Italia stretta nella morsa della pandemia da Covid-19 e delle sue paure, guardata dal punto di vista del milanese medio. Il racconto spazia dagli assalti ai supermercati, ai pensieri sugli over 65, alla rinuncia alle partite della squadra del cuore, alle libere se pur controllate uscite con il cane, al lavoro da casa, sino ad arrivare a parlare, con ironia, della vera e propria lotta per la sopravvivenza. Un libro scritto con la speranza e la voglia di far sorridere, attraverso la descrizione comica degli atteggiamenti di un milanese, in una situazione di profonda tragicità. Il Covid-19 imperversa negli ospedali, nelle nostre vite, tra le nostre strade, in tutti i media. E il milanese medio lotta con la sua voglia di andare avanti e la volontà di seguire le regole, quasi per inerzia e per non sentirsi mai dire “te l’avevo detto”. Un’idea nata con la speranza che la terribile esperienza vissuta con la pandemia potesse in qualche modo renderci migliori e farci sentire più vicini, più attenti, più umani. Una scrittura semplice quella di Bertolino, di una comicità sottile se pur diretta, che pecca a volte soltanto un po’ di mancanza di originalità. Uno scritto che fa sorridere, se pur amaramente, sicuramente utile per tentare di alleggerire i ricordi, quelli più brutti, che la pandemia ci ha lasciato.



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