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Le api di vetro

Le api di vetro

Il capitano Richard, nonostante non si possa definire biologicamente anziano, è già un rudere per questa nuova epoca di assenza di conflitti e tecnologia imperante. Le cariche di cavalleria, l’onore, il cameratismo e l’amor di patria sono quasi totalmente scomparsi, relegati a racconti da fare al tepore di un camino, possibilmente a bassa voce. Anche in questa dimensione post-bellica è però necessario lavorare, quantomeno tirare a campare per permettere a se stesso e a sua moglie di non trascorrere il futuro con i creditori come unici commensali di una tavola disadorna. Quindi Richard decide di rivolgersi a Twinnings, uno con le mani in pasta dappertutto col quale aveva servito nei cavalleggeri, un traffichino che per gli ex camerati ha sempre un occhio di riguardo. Prospetta qualche possibilità, ma nessuna sembra convincente fino in fondo quando, a un tratto, gli viene in mente lui: Giacomo Zapparoni. Zapparoni è l’uomo del secolo e dei secoli che verranno, il magnate dell’industria che grazie al suo genio applicato alla robotica è riuscito a creare l’automazione per tutti. Richard si chiede per quale motivo uno come Zapparoni, sinonimo di futuro radioso e pacifico, dovrebbe avere bisogno di una scoria del passato cupo e guerresco. La risposta è semplice: tutela dei propri segreti. Il magnate, se vuole conservare la sua posizione di dominio sul mercato, non può permettere che alcuni suoi altrettanto geniali dipendenti siano insoddisfatti e decidano pertanto di fornire il proprio ingegno ai concorrenti. Sembra una buona idea, non proprio in linea con i valori di una volta, ma almeno non dannosa. L’ex capitano, messo alle strette dalla propria situazione economica, accetta di buon grado…

Le api di vetro venne pubblicato nel 1957, periodo che vedeva il grande autore Ernst Jünger fare di nuovo capolino nel mondo culturale dopo l’ingiusto ostracismo post-bellico causato dal suo rapporto controverso con il Nazismo. Lo scrittore originario di Heidelberg qui prosegue la sua analisi della modernità, ragionando sulla predominanza della tecnica rispetto allo spirito, e lo fa con gli occhi disincantati del capitano Richard, personaggio che per trascorsi bellici e disillusione ha più di un punto di contatto con il suo creatore. Il punto di vista di Jünger nei confronti della modernità è scettico ma non ottuso, in quanto vuole invitare a non adoperare la tecnica per giocare a fare Dio o per inseguire esclusivamente il profitto. A fare da contraltare alle idee dell’autore viene delineata la figura dell’industriale Zapparoni, che con i suoi robot factotum può addirittura permettersi di pagare gli operai solo per non andarsene dalle sue fabbriche e che riesce a dare scacco all’ordine naturale delle cose continuamente, toccando il punto più alto di perfezione tecnica e più basso a livello etico, con le sue api di vetro. Sono piccoli robot (una sorta di nanotecnologia ante-litteram) che svolazzano senza sosta ma prive di qualsiasi forma di emozione e attrazione per il fiore. Esse portano a termine un compito etero-diretto, non rispondono a un bisogno naturale. E qui sta l’essenza della critica di Jünger: il progresso non può e non deve essere fine a se stesso, ma deve essere padroneggiato e al servizio dall’Uomo, essere imperfetto e ricco di contraddizioni, ma fortunatamente spirito senziente con autonoma e arbitraria volontà. Un messaggio semplice e chiaro, che fa entrare di diritto Le api di vetro nell’universo della narrativa distopica del ‘900, ma che oggi, a oltre sessant’anni dalla sua uscita, sembra non sia ancora stato recepito appieno.