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Le colline, il tramonto e un cane

Le colline, il tramonto e un cane

La Homestead è la suggestiva abitazione, oggi relegata a museo, che nel XIX secolo ad Amherst, nel Massachusetts, ha ospitato tutte le generazioni della famiglia Dickinson, a iniziare dal capostipite Samuel Flower Dickinson che perse la magione per inseguire un sogno, la fondazione di un’accademia e di un college nella sua cittadina. Quest’ambizione gli costò il tracollo finanziario, ma le due istituzioni scolastiche sopravvissero alla sua tragedia economica e divennero centri rinomati per la preparazione delle giovani menti. La Homestead è circondata da una natura rigogliosa e ospita specie animali e vegetali diffuse nelle aree temperate degli Stati Uniti. Chi aveva la fortuna di visitare questo luogo incantevole alla metà dell’Ottocento, se avesse guardato in alto, verso le ampie finestre dei piani superiori, sopra la facciata classicheggiante caratterizzata da quattro colonne doriche sormontante da un vasto balcone, avrebbe potuto scorgere un’esile figura femminile dai capelli rossi e interamente vestita di bianco. Era la figura di Emily Elizabeth Dickinson. La poetessa nacque il 10 dicembre del 1830 ad Amherst, secondogenita di Edward Dickinson – il figlio di Samuel, che riuscì a riacquistare la Homestead – e di Emily Norcross. La sua infanzia fu segnata dal profondo affetto per la zia Lavinia, residente a Boston, dove Emily trascorse alcune vacanze estremamente felici. Ben diverso fu il rapporto con la madre, una donna rigida e incapace di manifestare i suoi sentimenti, e con il padre altrettanto severo, che per la secondogenita fin dalla più tenera età prevedeva il destino della donna di casa tradizionale, intenta prevalentemente alla cura della famiglia. Emily si oppose in modo energico alle decisioni paterne, rivelando una vivacità intellettuale unica – a quattro anni ospite della zia Lavinia imparò a suonare le prime note al pianoforte. Per non reprimere completamente le predisposizioni artistiche e culturali della figlia, Edward Dickinson decise di farle frequentare il college dopo l’accademia, dove Emily già aveva dato prova di un carattere fermo e incorruttibile nel rifiutare la completa conversione al Cristianesimo. Alunna estremamente seria e intelligente, nell’unico anno in cui frequentò il college venne penalizzata dalla sua salute cagionevole, che spinse il padre a chiederle di interrompere gli studi. Da quel momento la poetessa iniziò a chiudersi in se stessa, intraprendendo un lungo cammino di reclusione che la spinse a trascorrere gran parte della vita isolata nella sua camera...

Sara Staffolani nella presentazione della sua biografia di Emily Dickinson sottolinea uno dei temi centrali che emergono riflettendo sulla vita della poetessa americana: le motivazioni morali e culturali della sua reclusione. L’autrice sostiene che non ci fu assolutamente l’intenzione di fuggire dalla realtà, per paura di vivere la vita in modo pieno e in armonia con il prossimo. Fu piuttosto un rifiuto categorico nei confronti del limitato progetto di vita, imposto dal padre a una figlia intelligente e dotata di talento, che secondo lui avrebbe dovuto piegarsi al ruolo di donna tradizionale intenta alla cura della casa e della famiglia. E in quanto a difendere le sue posizioni culturali, Emily aveva già dato prova di grande fermezza fin dai tempi dell’Accademia di Amherst, quando niente l’aveva potuta spingere a convertirsi al Cristianesimo. È interessante notare come la poetessa, malgrado i suoi dissensi nei confronti del padre, non lo odiasse, anzi lo amasse teneramente tanto da dimostrare tutto il suo affetto quando morì. Per altri studiosi alla base dell’isolamento di Emily ci fu la sua presunta epilessia, malattia che aveva già colpito il cugino Zebina Montague, vista nel XIX secolo anche dalle famiglie più ricche e culturalmente elevate come una vergogna da nascondere. Il dibattito resta aperto e probabilmente una risposta certa non ci sarà mai. In Emily Dickinson, però, si deve considerare che emergono alcuni comportamenti tipici delle persone oggi ritenute affette da disturbi psicologici come le ossessioni compulsive e le fobie – non a caso si è parlato anche di agorafobia. Per il resto Sara Staffolani conduce per mano il lettore in un viaggio nella vita di uno dei personaggi più suggestivi della storia della letteratura di ogni tempo, raccontando i suoi amori sofferti, descrivendo il profondo contatto della poetessa con la natura rigogliosa della Homestead, parlando dell’affetto profondo che la legava al suo cane Carlo, ricostruendo il suo eccentrico rapporto con gli altri letterati e con le persone che la circondavano. A iniziare dalla tenerezza con cui accudì la madre nella malattia insieme alla sorella Vinnie, fino al grande amore che nutrì per il giudice Otis Phillips Lord e all’amicizia con le sorelle Brontë, in particolare con l’omonima Emily. Laureata in Storia e memoria delle culture europee, Sara Staffolani vive in provincia di Ancona e da sempre nutre una profonda passione per la letteratura americana al femminile. Tra le sue autrici preferite ci sono inevitabilmente proprio le sorelle Brontë ed Emily Dickinson. Della personalità di quest’ultima Sara condivide l’amore per la natura – è da sempre attratta dall’ambiente della collina marchigiana – e la solitudine vissuta come un arricchimento dell’animo.