Le due donne di Auschwitz

Sotto una pioggia torrenziale, Eva incespica negli zoccoli - che sono troppo grandi e spaiati - e rischia di perderne uno nel fango. È ancora buio, anche se le luci dei riflettori, fortissime, danno l’impressione che sia pieno giorno; Eva avanza a fatica, incurvata in avanti per cercare di ripararsi dal freddo, ma la pioggia, quasi per dispetto, le scivola nella scollatura. La giovane donna nutre un odio particolare per l’appello, quell’adunata quotidiana che costringe lei e le compagne di sventura, due volte al giorno, ad uscire - qualunque siano le condizioni metereologiche e con qualunque abbigliamento - per essere contate e ricontate, all’infinito. È trascorsa una settimana esatta da quando Eva è stata privata della sua umanità; esattamente una settimana prima è stata fatta salire a forza su un treno carico di morte e degrado per raggiungere un luogo in cui il caos è assoluto. Lì, insieme a mille altre persone, è stata spogliata e costretta a sfilare nuda sotto gli sguardi freddi delle SS; è stata rasata ed obbligata ad indossare abiti usati e scompagnati. Fino a sette giorni prima, Eva non era mai stata neppure sfiorata dall’idea che un luogo simile potesse esistere. Un luogo talmente terribile che, al confronto, Terezín – il ghetto ebraico che era stato la sua dimora nell’ultimo anno - sembra un sogno. Per pranzo, ogni giorno, ciò di cui hanno diritto è un litro di minestra che, in mancanza di una scodella, viene messo nelle mani a coppa delle recluse, che in genere non riescono a trattenere, se non in minima parte, quel brodo annacquato; la parte più consistente di quel liquido preziosissimo finisce a terra. È quindi assolutamente necessario, prima possibile, procurarsi delle tazze o delle ciotole, osserva Eva che sa che, anche se quella brodaglia è immangiabile, è fondamentale per sopravvivere. Sofie la osserva, poi, suo malgrado, sorride: deve riconoscere che Eva, come lei stessa d’altra parte, è una tipa tosta e difficilmente si lascia scoraggiare dalle circostanze avverse…

Nel periodo più buio della Storia, nel luogo in cui una delle follie più assurde si perpetra agli occhi di una umanità che assiste incredula, impotente e, a volte, ignara, una donna - separata a forza dal marito, di cui non smette di cercare notizie - incontra un’altra donna, che condivide la sua stessa sorte e la sua stessa prigionia e sogna di ricongiungersi al figlio. Ne nasce un’amicizia indistruttibile, capace di resistere agli orrori quotidiani. Le due donne si confidano sogni, paure e speranze e a queste ultime si aggrappano con le unghie e con i denti per cercare di non soccombere. La storia di Eva e di Sofie, esauste per le privazioni e schiacciate dalla crudeltà dei loro aguzzini, è la storia di tante donne diventate, in una realtà difficile anche solo da immaginare, gusci vuoti, corpi senza anima, vite che si arrendono e preferiscono cedere, pur di fuggire da orrori e sevizie. Come Eva e Sofie, molte donne, nei terribili anni segnati dalla follia di un solo uomo esaltato, hanno attraversato a piedi nudi le camerate di Auschwitz, anticamera dell’inferno, e hanno perso. Ma le due protagoniste del romanzo di Lily Graham si sono prese per mano e, insieme, hanno deciso di affrontare il mostro, con coraggio e a testa alta, e si sono scambiate la promessa di occuparsi, qualunque cosa fosse accaduta a loro, l’una del figlio dell’altra. Sì, perché anche in una realtà tanto atroce e disumana, l’amore, quello vero e pulito, sa compiere miracoli e può far nascere una nuova vita. Una vita delicata e fragile, certo, una vita sempre in precario equilibrio, una vita denutrita e piccola, inconsapevole della lotta che è stata chiamata a combattere. Ma, allo stesso tempo, una vita che resiste e diventa, in seguito, speranza e voce potente in grado di raccontare l’inferno. Una vicenda dura, sincera e straziante che parla di amore e di amicizia, di coraggio e di resilienza; una lettura importante che chiede attenzione, parla di memoria, dote preziosissima, e invita a ricordare e ad abbattere i muri di indifferenza eretti, ancor oggi, intorno alle vittime dell’Olocausto e ai sopravvissuti.

 


 

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